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Il genio creativo di Nicolas Ghesquière

Nel mare di tempestosa incertezza in cui versa il mondo della moda internazionale, tra chi viene e chi va la differenza, forse, la fa chi resta e Nicolas Ghesquière rappresenta, almeno per il genio creativo, la certezza. Ecco una retrospettiva vivente dell'art director di Louis Vuitton firmata LICHT Magazine.

Apprezzato e osannato dal jet set internazionale, stimato da colleghi e giornalisti, tanto che Suzy Menkes ha parlato di lui sulle pagine dell'International Herald Tribune, definendolo il più promettente tra i designer contemporanei, affiancandolo inoltre a quella generazione che rappresenterà la moda di domani, tra gli altri Riccardo Tisci, Raf Simons e, aggiungerei anche, Hedi Slimane.

Nicolas Ghesquière ha dimostrato di essere un potente visionario che racchiude in se la straordinaria capacità di guardare oltre, di interpretare il futuro pur rimanendo fedele al passato, scavando in quello che oggi chiameremmo "heritage". È uno che forse più di tutti, rappresenta appieno la figura del direttore creativo, che nulla ha a che vedere con lo stilista. È il burattinaio che muove le fila dell'azienda, è il carburante che dà la propulsione al motore di Louis Vuitton, è colui che nell'ottica di insieme, dà vita a quel prodotto unico che è destinato a far sognare tanti e a far comprare pochi fortunati.

Appena adolescente, all'età di 12 anni sentiva di voler intraprendere una carriera nella moda, a 15 poi, alle prese con il suo primo computer, invia dei bozzetti per quella che sarebbe stata la sua prima esperienza da stagista: infatti sarà Agnes B. di Parigi ad assumerlo. Il suo innato talento avanguardista viene subito notato dai maestri dell'epoca e Jean Paul Gaultier lo volle nella sua maison per affiancarlo nell'area creativa.

La fama arriva nel '97, quando a soli 26 anni viene nominato direttore creativo da Balenciaga, dove aveva cominciato già nel 1995 disegnando abiti destinati al mercato giapponese. Così, la prima collezione che Nicolas Ghesquière realizza da creative director per Balenciaga, esce in passerella ad ottobre ’98. Da quel momento in poi le sue catwalk saranno l'evento più atteso della fashion week parigina.

Quello con la maison Balenciaga è un amore che è durato oltre quindici anni, dal 1995 al 2012. Dopo l'acquisizione del marchio da parte del gruppo PPR nel 2001, ha proseguito a lungo prima di dimettersi. Nonostante l'immenso studio sulle linee e i volumi e l'importante ricerca sui materiali e i tessuti, che frullate insieme alla sua personale visione futuristica e agli storici tratti distintivi di Cristobal Balenciaga, hanno sfornato capi che subito sono diventati pezzi iconici (basta pensare alla giacca biker, alla motorcycle-bag, ai leggings robotici in lamina dorata, ai tessuti ikat e alle varie sperimentazioni sulla silhouette), tutto ciò in qualche modo non è stato compreso dalla nuova direzione, molto più attenta ad un discorso di fatturato e alla facile realizzazione, a quella che lui stesso ha definito una moda piatta e facilmente riproducibile. Si è sentito messo in disparte, sottostimato.

Impossibilitato quindi nel poter fare a pieno il suo lavoro, ma soprattutto non volendo vedere sradicata l'anima di Balenciaga, piegata alle regole del mercato con creazioni puramente commerciali che la nuova proprietà richiedeva, Ghesquière lascia.

Non passa molto tempo prima che LVMH (Louis Vuitton Möet Hennessy, ndr), il colosso della moda che detiene molti dei più importanti brand del lusso a livello mondiale, se lo accaparri. Era il 2013 e con loro inizierà la sua avventura creativa per far risplendere di nuova luce la punta di diamante del gruppo, ovvero Louis Vuitton.

"Mi sono detto che volevo trasformare l'idea alla base delle borse e trasformarla in un look completo: a una borsa deve corrispondere il suo abito e viceversa. Con questo presupposto, la mia donna ha uno stile definito".

La prima sfilata LV messa in scena da Ghesquière, dopo gli impressionanti show organizzati dall'ex direttore creativo Marc Jacobs, che nel frattempo aveva lasciato la maison per dedicare anima e corpo al suo brand personale, sembra partire un po' in sordina. Non fu la solita spettacolare atmosfera cui il pubblico era abituato ad assistere, ma qualcosa di più semplice, dove ciò che risaltava erano gli abiti Vuitton che ora portavano in se l'esperienza e l'estro di Nicolas Ghesquière: tessuti in nappa accompagnati da paillettes o fantasie stampate su tessuti tecnici, senza contare l'utilizzo quasi spasmodico delle pelle, lucidissima, per giacche e accessori, come le cinture con i dettagli in metallo e ovviamente gli irriverenti top in coccodrillo. Il tutto immaginato su di una donna reale, che vive una quotidianità impegnata, lo si capisce già dai tacchi delle scarpe, mai troppo alti da essere importabili e mai troppo bassi da essere sciatti.

Ha rivoluzionato i pezzi iconici del brand donando loro una nuova immagine, facendoli comunque restare riconoscibili, come Alma, che nella sua versione matelassé richiama le imbottiture interne dei famosi bauli della maison, le Petite Malle dei mini bauli portatili o ancora la Marais, che torna a vivere dopo un polveroso soggiorno in archivio grazie a colori a contrasto in coccodrillo o capretto.

Intuizione geniale è stata quella di rielaborare il logo disegnato dallo stesso Louis Vuitton per apporlo come nuova clutch alle borse.

Con questa azienda, Nicolas Ghesquière reinaugura anche una serie di mostre dedite a far conoscere il nuovo prodotto al grande pubblico, si tratta delle Louis Vuitton Exhibiton Series 1, 2, 3 e 4. I numeri, come i capitoli che un autore inserisce nel suo libro, stanno ad indicare in ordine crescente la storia che il direttore creativo scrive per il marchio francese.

Esposizioni itineranti in giro per il mondo, che raccontano il passato, il presente e il futuro di Louis Vuitton, indissolubilmente legate alle sensazionali campagne pubblicitarie, firmate da artisti dal calibro di Annie Leibovitz, Bruce Weber, Juergen Teller e i grafici di Square Enix.

Tra i testimonial, volti noti di attrici come Jennifer Connelly. Per l'ultimissima campagnaSeries 4 invece, Ghesquière ha voluto niente meno che Lightning, l'eroina del videogioco "Final Fantasy", personaggio perfetto per mettere in stretta relazione sia la parte tecnologica dell'azienda che la vita reale delle persone, con essa sempre connessa.

Alessandro Iacolucci

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