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Anya Hindmarch: storia di una designer sui generis

Quando la personalità forte di una donna raggiunge il design, il risultato non può che essere l'espressione dell'anima dell'autrice stessa. Da stilista presente nei più famosi magazine di moda, alle operazioni sociali a scopo benefico, il tutto sempre con arguzia e ironia che emergono poi dalle creazioni del marchio; vediamo cosa ha segnato il suo percorso.

Chiunque per la prima volta si è ritrovato davanti agli occhi un prodotto firmato Anya Hindmarch, ha certamente avuto una reazione insolita in quanto colpito dall'ironia provocatoria che può aver suscitato diverse domande e curiosità.

Tutto ebbe inizio quando la designer britannica andò a studiare la lingua italiana a Firenze all'età di 18 anni. Fu lì che notò che tra le donne alla moda, andava molto un modello di borsa di pelle con coulisse, e allora le venne l'idea. Chiese in prestito 1000 dollari per importare alcune di quelle borse in Inghilterra, e grazie all'aiuto di un amico, riuscì a farsi pubblicità sulla rivista Harpers and Queen che le valse la vendita di 500 modelli di borse. Questo servì a stimolarla nel realizzare qualcosa di proprio ed infatti così fece: imparò quindi a produrre le sue borse ad Hackney, un borgo di Londra, e in seguito aprì un piccolo negozio in Walton Street. Da fedele figlia di imprenditori, unì la creatività al commercio senza tralasciare mai un particolare fondamentale: tutti i suoi modelli si rifacevano al design di matrice italiana ma la qualità era britannica e resa divertente dall'estro personale della stilista. Questa fu fin dal principio la filosofia del marchio, i cui prodotti spesso prendono il nome da strade di Londra. Nel corso degli anni le cose si sono evolute e oggi Anya Hindmarch gestisce l'azienda, sita a Battersea, con suo marito che è il direttore finanziario. La sede principale si trova in una ex fabbrica di birra dove ospita l'intero team della società, ma i negozi, che sono più di 50, sono collocati in tutto il mondo, comprese Tokyo e New York dove vi è una parte delegata della squadra. La Hindmarch per sette anni è stata consulente di design per la compagnia aerea British Airways, progettando kit da viaggio per i clienti della prima classe. Nel 2006 per gli ospiti del Vanity Fair Oscar, e poi per i BAFTA, omaggiò il pubblico con borse del suo brand.

Nel 2003, per celebrare il 10° anniversario del primo negozio aperto a Londra, il marchio ha lanciato il Bespoke Ebury, che esprime il massimo concetto di lusso del brand. Consiste nel personalizzare totalmente su ordinazione la propria borsa, con la possibilità di imprimervi il nome del proprietario e anche un messaggio o un disegno. Viene prodotto a mano in Italia e per questo può richiedere un tempo di creazione fino a tre mesi.

Nel 2008 ha realizzato una borsa per il rivenditore americano Target e nello stesso anno ha progettato cesti natalizi per Selfridges. Il successo del brand è stato tale che grandi personaggi del mondo dello spettacolo, ma non solo, non hanno resistito al suo fascino. Tra questi, Scarlett Johansson, Sienna Miller, Keira Knightley, Madonna, Claudia Schiffer, Margaret Tatcher e altri nomi noti. Le vendite andarono sempre meglio e nel 2013 Hindmarch aprì il primo flagship store a New York in Madison Avenue. Questo segnò due novità assolute per la griffe: per la prima volta venivano vendute nello stesso negozio le borse mainline insieme a quelle personalizzabili; lo spazio fu voluto da Anya Hindmarch, come uno studio d'artista-artigiano e fu reso tale dall'architetto di interni Ilse Crawford. Questo modello ebbe ripercussioni a livello globale.

La designer inoltre promosse anche delle operazioni a scopo benefico, infatti nel 2001 lanciò la "Be a Bag", un servizio attraverso cui personalizzare la borsa con una foto del cliente: venne ideato per sostenere il The Lavender Trust che si occupa della cura di giovani donne malate di cancro. Icone di stile come Kate Moss ed Elton John hanno messo a disposizione proprie fotografie per essere di supporto al lancio e, successivamente, queste borse sono state messe all'asta per sostenere la croce rossa americana dopo l'11 settembre; il ricavato è andato a favore di 31 enti di beneficenza in tutto il mondo. Il 2007 è invece l'anno delle "I'm not a plastic bag" create per ridurre l'uso della plastica, come avviene per esempio per le buste della spesa che vengono generalmente buttate senza essere riutilizzate e quindi riciclate.

Gli articoli del suo brand sono ormai ovunque, dalle foto postate dalle web influencer sui social, a quelle presenti nelle più note riviste di moda come Vogue, Harper's Bazaar, The Gentlewoman.

Perché tanto successo? Semplice. La stilista ha puntato fin da subito sul rapporto diretto con il cliente assecondandolo con un'attenta tecnica artigianale e buona qualità dei materiali utilizzati nella realizzazione di prodotti creati appositamente per il destinatario. Basta ricordare la possibilità di incidere pensieri o disegni e far stampare foto personali così da far sentire il fruitore appagato. Ogni anno progetta quattro collezioni e talvolta regala emozionanti e bizzarri fashion show, come per esempio è accaduto per la sfilata di soli accessori in cui i modelli galleggiavano per un gioco antigravitazionale sulle teste degli spettatori o si improvvisavano cassieri danzanti in un supermercato. Ma quello che soprattutto piace del marchio è che propone accessori e abiti che provocano ma divertono, uniscono l'utile alla simpatia, perché basta guardare un maglione con lo stemma del supermercato Carrefour o una borsa con i personaggi dei Kellogg's, smile o segnali stradali, per sorridere almeno un po' ed affrontare la giornata con più leggerezza.

Livia Maulucci

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