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Stile o non stile

Lo stile ai tempi della moda, dell'anti-moda e dei personaggi che l'hanno saputo rendere quello che probabilmente intendiamo oggi.

Orson Welles, attore, regista, sceneggiatore, scrittore, drammaturgo, produttore e chi più ne ha più ne metta, disse: "Lo stile è sapere chi sei e che cosa hai da dire, e l'opinione degli altri non è importante". Egli, probabilmente, si riferiva alla sua arte di fare cinema, allo stile che lo ha reso unico nel suo lavoro, ma la connessione con la moda è lampante e assolutamente evocativa.

Richiama, infatti, lo stile nel senso più estetico del termine, che lo denota come un insieme di codici vestimentari, comportamentali che riconducano ad un qualsivoglia periodo storico, corrente artistica, stilista, subcultura, realtà sociale, trend o a semplici canoni personali, che formano l'individuo per come è o, per meglio dire, per come desidera apparire.

Si regge tutto su questo sottile filo, tra essere e apparire, tra sostanza e vanità, tra contenuto e contenitore. In molti direbbero che la moda si fonda solo sugli ultimi fattori, che renda l'uomo schiavo di diktat irrinunciabili e irraggiungibili, che spesso ci si maschera per non far vedere cosa c'è sotto, che curarsi di cosa si indossa distoglie da ciò che è veramente importante. Eppure è proprio dagli abiti che parte il messaggio più chiaro e immediato che mandiamo al mondo, a cui gridiamo "io sono qui e sono così". Non importa a quali tendenze ci pieghiamo o quanto lottiamo contro la globalizzazione dei gusti e del mercato, apparire ci fa sentire forti e contemporaneamente vulnerabili, presenti ma timorosi di oblio, unici ma in mezzo a tutti.

Si dice che la vanità sia uno dei sette peccati capitali, che abbia divorato l'anima di Oscar Wilde, che renda l'uomo cieco, sordo e avido, ma davanti allo specchio siamo tutti soli e composti di un'unica carne. Quella che è allergica al giudizio e ha sete di accettazione, quella di cui siamo prole indesiderata e di cui ci siamo edipicamente innamorati. Lo stile è lo spago che può tenere tutto insieme e che speriamo possa renderci autorevolmente un individuo completo e riconoscibile. Basta guardare alle subculture per coglierne un'interessante sfaccettatura, ossia quella che vede un gruppo di giovani vestirsi allo stesso modo per fuggire da una realtà diametralmente opposta e imporre un'identità nuova e necessaria. Gli esempi possono essere infiniti, ma tutti sono accomunati dal fatto che l'appartenenza ad un gruppo richiedeva l'omologazione attraverso un certo codice vestimentario in modo da essere riconoscibili dagli altri e dal gruppo stesso. Una sorta di ghettizzazione al contrario, che è uscita dai soliti canoni della moda imposta per nascere dalle strade e arrivare sino ai giorni nostri.

"La moda va e viene, ma lo stile è per sempre" disse Yves Saint Laurent, stilista che la moda l'ha fatta davvero ma riconosceva che lo stile è un'altra cosa. È un gusto che si ha fin dalla nascita, che permette di transitare da una moda all'altra, di far storcere nessun naso e essere riconoscibile anche tra il più affollato dei paradisi d'élite. C'è chi ne ha fatto un passatempo, chi uno stile di vita, chi senza accorgersene ne era diventato portatore sano e copiato in tutto il mondo, chi ne è alla spasmodica ricerca e chi non ci fa pace.

Coco Chanel, Diana Vreeland, Iris Apfel sono solo alcune delle donne che hanno reso lo stile qualcosa di impalpabile, potente e al di là dei meri vestiti. È stata la loro luce, il loro temperamento, la loro mente a cambiare il mondo della moda in modo irreversibile, ispirare come pochi altri hanno saputo fare, liberandosi del peso dell'opinione altrui.

È forse questo il segreto, rompere i nostri timori più intimi per venire fuori per come realmente siamo? È lì che lo stile va oltre la moda? Forse.

Ilaria De Leonardis

 

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