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5 motivi per cui non invidio chi è andato alla Fashion Week

C’era una volta la settimana della moda. Una settimana in cui a Milano si riunivano tutti i pezzi grossi del settore per decidere quale sarebbe stato lo stile di domani. Una settimana in cui per strada si vedevano bellissime modelle e fuori dalle sfilate auto scure con a bordo eleganti signore nascoste dagli occhiali scuri. Tutti gli eventi erano blindati e per vedere cosa avesse partorito il genio del nostro designer del cuore bisognava aspettare la review dei giornalisti, i video e le foto ufficiali. Era questo snobbismo, questo mondo elitario che mi teneva lontana ad affascinarmi e a farmi desiderare, un giorno, di essere così importante da meritarmi di esserci. Poi, complice internet, qualcosa è cambiato. Questi sono i cinque motivi per cui oggi non invidio più chi va alla Fashion Week.

1. Sono anti-democratica. Oggi la Fashion Week è un circo mediatico dove chiunque, con un po’ di pressing e le amicizie giuste, può ritrovarsi in prima fila ad una sfilata. Gente che: “adoro fare shopping, la moda ce l’ho proprio nel sangue, da quando mia mamma mi faceva provare le sue scarpe col tacco”. Ecco, io credo che la moda vada studiata come si studia la letteratura e proprio non mi va giù che qualunque troglodita possa esprimere la sua opinione sull’ultima collezione di Prada e io non possa dire che “La Grande Bellezza” non mi è piaciuto senza rischiare il linciaggio perché non sono un critico cinematografico.

2. Non ho scelto di fare l’inviato di guerra. Quando ho deciso cosa studiare ero consapevole che la moda è sì una delle industrie più fiorenti del nostro paese, ma è abbastanza frivola da non permetterti di salvare il mondo. Al primo giorno di Fashion Week leggo solo status di addetti ai lavori, o presunti tali, già stressati e stanchi della folle routine che devono affrontare, manco lavorassero in miniera. Breaking news: non vi obbliga nessuno, la programmazione di Sky offre numerose alternative ai faticosissimi party milanesi.

3. Il mio Mac ha un’ottima risoluzione. Grazie allo streaming ormai qualunque show è fruibile online, sicuramente respirare il clima “da dentro” è un piacere che il web non trasmette, ma siamo sicuri che lo stalking di tante “wannabe-somebody” ai poveri uffici stampa sia davvero finalizzato al godere di una sfilata a 360 gradi? Allora come mai sui social è un tripudio di selfie, più o meno identici a quelli degli altri 359 giorni dell’anno, con la sola differenza di essere arricchiti da hashtag con il nome dello stilista di turno? Come si spiegano le teste basse, invece degli occhi attenti e affamati, impegnate a caricare gli scatti di due secondi prima per essere il primo a sbattere in faccia a tutte le “sfigate” del mondo che loro erano lì?

4. Non sono disposta a vestirmi come un fenomeno da baraccone. Nella vita abbiamo poche certezze, una di queste è che fuori da qualsiasi sfilata ci saranno sempre frotte di pseudo fotografi pronti ad immortalare minorenni con tacchi vertiginosi accompagnate dai genitori, pellicce con 40 gradi all’ombra o gambe nude con la neve, e pubblicarle anche sull’ultimo dei blog. Nella vita voglio che si parli di me per la mia bravura, non per aver vinto il premio “outfit più ridicolo dell’anno”. Anna dello Russo con un cappello di Philip Treacy è geniale, una ragazzina con un casco di banane in testa è da TSO immediato.

5. “Non sono cattiva, è che mi dipingono così”. Che la parola amicizia sia stata bandita dal quadrilatero della moda è una legge universalmente accettata. Io ho la grande fortuna di essere nata stronza: le battute al vetriolo mi uscivano così, senza il minimo sforzo, anche quando i maschietti volevano tagliare i capelli alle mie Barbie. Quello che proprio non mi riesce, però, è stamparmi in faccia finti sorrisi e fingere di trovare tutti estremamente interessanti quando preferirei una maratona di puntate di Super Quark per poi farle di nascosto. Non mi risulta che i leoni riempiano di complimenti le gazzelle per poi pianificare la loro morte in disparte con i leopardi: se dobbiamo seguire la legge della giungla, che le prede vengano mangiate apertamente.

Martina Trozzi

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