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Oh my pop

Unica, intramontabile, onnipresente, un po’ come Julia Roberts negli anni novanta. Ha fatto impazzire generazioni presenti e passate, placenta del mondo contemporaneo, che ci piaccia o no, circonda la nostra esistenza. Alcuni l’hanno chiamata Dio, altri Gaia, gli antichi Atena, gli stoici Scienza, i sociologi (uhm) Moda. Molto più banalmente indefinibile, cultura pop.

C’è del pop in ognuno di noi.

Pensate a qualcosa che non sia pop, e per popular non s’intende nulla fatto per il popolo, nulla di democraticamente solidale, peggio lo definirei biecamente capitalista, concetto oltremodo contemporaneo. Ciò che si riproduce all’infinito, emblema della cultura del consumismo, della data di scadenza sul culo del barattolo, di prodotti che vivono meno di una zanzara, della confusione, dell’indecisione.Pipponi a parte, parlandoci chiaro, pop ce piace inutile nascondersi. Fan di Madonna o “estimatore” di Andy Wharol, poco cambia, sempre de pop parliamo, inutile che ve la sentite calda. Massimizzazione della produzione artistica, tutto ha inizio li, Londra, come New York dopo gli anni Cinquanta non sono mai stata più la stesse, pervase di arte riproducibile, immediata, e comprensibile, Caravaggio 2.0.

Litografie, barattoli di conserva, grandi dive, e fumetti vari ogni tanto risbucano, come i funghi in tutte le salse, grande risorsa se te mancano idee (infatti quando devo scrivere, fisso la Marilyn di Wharol e invento cazzate, me viene proprio spontaneo).Ora tralasciando Jeremy Scott che già c’ha fatto dupalle (anche se comunque pop come lui pochi ce stanno), la moda pop negli ultimi anni ha sbancato. Uscite di casa pure col pigiama con gli aeroplanini che tanto siete fighi lo stesso, e non scherzo. DKNY festeggia i suoi 25 anni con una collezione all’insegna del monogram (na scienziata), insomma tanta innovazione, come i capi tecnici che c’ha rifilato Alexander Wang (il neoprene l’ha scoperto la DuPont nel 1930, fate vobis), che poi spiegatemi perché Nicky Minaj, che c’ha na chiappa che so due, applaudiva in prima fila, avrà scambiato il taiwanese per Elena Mirò.Più pop di lui, ce ne sono veramente pochi, sia per stile che per iconicità. Ancora non se sa se lui ha creato Madonna, o viceversa (paradossale come l’uovo e la gallina), è colui che ha stregato Pierre Cardin col suo talento innato, un nome, una garanzia: Jean Paul Gaultier. Perché quando uno è signore, è signore. Cosa c’è di meglio per chiudere una stagione di successi (da quest’anno abbandona il prete a porter per concentrarsi su haute couture e profumi) se non una mega parata da 76 outfit in un tripudio di poppagine convulsa. Vecchie arzille accompagnare da boni indecenti, donne in maschera, abitini con mega loghi squisitamente kitsch, coriandoli, musica, insomma Moira Orfei co gli elefanti ie fanno na pippa. Sfilata? Anche no, niente passerella ma un palcoscenico che lo rende il creatore della moda pop per eccellenza, indimenticabile il tributo alle grandi popstar degli anni ottanta nel 2012 (follia visionaria pura) e la geniale riproduzione di Grease Lightning con Coco Rocha nei panni di Danny nel 2013.Di nuovo pop mania, se così si può dire, che affonda le radici in anni apparentemente lontani del secolo passato, passata sotto mani illustri come quelle di Yves Saint-Laurent, Gianni Versace e Vivienne Tam, oggi di nuovo fonte inesauribile di idee che svincolano la moda dalla serietà che a volte la ingabbia, riportandola in strada, comoda, esagerata, irriverente, a volte sconcertante ma comunque adorabile, perché c’è del pop in ognuno di noi.

Davide Falcone

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