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Da Karl a Kenzo, quando il fast fashion è d'autore

Ovvero come orientarsi nell'intricato e variegato mondo del fast fashion firmato da grandi designer, ad esatta metà strada tra il tanto bramato mondo del luxury e quello della moda alla portata di tutti.

C'era una volta il meraviglioso ed incontaminato mondo del lusso, molti da sempre avevano tentato di deturparlo con le proprie idee dozzinali, ma pochi, se non nessuno, era alla fine realmente riuscito. Poi un giorno arrivò Karl Lagerfeld e tutto improvvisamente cambiò. Era il 2004 quando lo stimato genio tedesco, già da anni a capo di maison come Chanel e Fendi, firmò la prima capsule collection per il colosso svedese del fast fashion H&M, sancendo così l'inizio di una nuova era, dai confini labili e precari.

Se infatti prima la differenza tra il mondo dell'alta moda e del prêt-à-porter di lusso e quello dei brand low-cost era piuttosto netta ed invalicabile, nel giro di pochi anni questo divario va quasi a sparire, considerando chi a tutto ciò si oppone solo un povero nostalgico. Nonostante il caso H&M sia sicuramente il più eclatante, che vanta negli anni collaborazioni con gli stilisti più affermati del fashion system, da Stella McCartney a Olivier Rousteing ad ancora Isabel Marant e Jimmy Choo, nonché con divi del mondo dello spettacolo come Madonna e David Beckham, non è comunque ovviamente un caso isolato.

Zara e Topshop creano e rafforzano sempre di più le loro linee premium come Massimo Dutti e Topshop Unique e Topman Design, mentre alcuni big dello sportswear, sull'orlo del declino, affidano alcune delle loro collezioni a personaggi di fama mondiale come nel caso di Kanye West e le sue Yeezy per Adidas e Fenty by Rihanna per Puma. Il sold-out è assicurato, i fan impazziscono, e così di conseguenza fanno in media, internamente divisi tra ferventi sostenitori del progresso e inguaribili nostalgici.

Un change del target di riferimento è dunque la conseguenza più ovvia del cambiamento dei valori che stanno alla base. Lusso e moda accessibile si uniscono così in un unico macro recipiente che è appunto il contemporaneo middle luxury. Ciò che si crea attorno queste tanto attese capsule collection è un clima di pura adrenalina ed eccitazione, il quale fa quasi del tutto dimenticare la vera provenienza del capo, facendo invece diventare il nome del designer autore della capsule, l'unico elemento davvero rilevante.

Ed ecco che alla lista si aggiungono Kate Moss per Topshop, Justin Timberlake per GAP, Karl Lagerfeld per Macy's, ed ancora partnership tra marchi come Target e Proenza Schouler, Zac Posen e Mulberry, tutto eseguito con lo scopo sempre più evidente di annullare, almeno in apparenza, quell'incomunicabilità tra lusso e moda "pronta".

Con l'arrogante imporsi dei social network poi, chiunque sia dotato di un minimo accettabile di followers diventa conseguentemente un potenziale designer per l'uno o l'altro brand, indipendentemente dalle sue reali capacità creative. Solo il nome e il design importano: questi due elementi sono infatti in grado di creare da soli un tale grado di desiderabilità quasi ossessiva attorno ad un oggetto che in fatto di qualità la maggior parte delle volte pecca, e in fatto di prezzi in fin dei conti tanto accessibile non è.

Perciò la domanda che siamo obbligati a porci è: quanto siamo davvero disposti a rinunciare a quella sottile ma necessaria differenza tra ciò che è veramente lusso e ciò che invece è pura imitazione in nome di un tanto desiderabile quanto vano status quo?

Ai posteri e alla stampa di settore l'ardua sentenza.

Noemi Clarizio

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