• Editor's Pill

London Fashion Week

Un punto di vista sulle passerelle uomo da Alexander McQueen a Moschino.

Le F/W collections 16 dalla capitale britannica. L'uomo della settimana della moda londinese

ALEXANDER McQUEEN

Il richiamo è in primis all'abbigliamento sartoriale maschile, alla mitica Savile Row, mecca londinese del tailoring dove, per lo stesso Lee McQueen, è cominciato tutto, dal momento che agli inizi della carriera lo stilista lavorò per anni in sartoria, perfezionando le sue innate doti nel tagliare e rifinire impeccabili suits. Sarah Burton fa sì che la collezione demolisca i canoni rigidi, i dettami e le convenzioni di qualunque tipo, puntando allo stesso tempo ad "ammorbidirla" grazie a materiali e silhouettes fluide, senza dimenticare gli accenni all'epoca Vittoriana e alle giacche militari degli ussari. Si può parlare di autentica ossessione per la sartorialità in ogni sua espressione, un'ossessione che ha sempre caratterizzato lo stesso fondatore del marchio. Le farfalle, motivo ricorrente nelle passerelle di McQueen, vengono impresse sui camel coat, sui blazer, sui pull fitted, fino a diventare il pattern del completo "black&white". Tra i materiali spiccano filati pregiati, lana barathea nei toni del rosso e velluto, per conferire alla collezione un carattere armonico, un trait d'union che leghi gli outfits attraverso i tessuti impiegati. Destinati a diventare cult gli abiti doppiopetto, il motivo gessato, le sofisticate giacche di seta e i cappotti finali, intarsiati di foglie dorate, dipinte a mo' di disegni ad olio su tela. Maxi-camicie irrompono dai più ridotti maglioni slim fit decorati con il tipico "Argyle" della maglieria britannica. Gli ultimi look prevedono giacche e tuxedo animati da stampe gold effect. L'uomo immaginato dalla Burton è tormentato, in alcuni tratti gotico; un gentiluomo decadente eppure vestito di tutto punto, che esprime la propria sofferenza interiore attraverso vistosi piercing che coprono il volto e spille decorative, collane, tantissimi gioielli a suggellare il tutto.

BURBERRY

Il marchio londinese rievoca il proprio heritage, la produzione delle divise per l'esercito inglese nella Grande Guerra; l'impronta militaresca è tuttavia sdrammatizzata tramite l'abbinamento di capispalla e sneakers, vero e proprio leitmotiv del fashion show. Un guardaroba dove sfumano e vengono ridefiniti i confini tra militare e sportswear. Materiali come le paillettes, "inediti" per la griffe, arricchiscono felpe monocromatiche chiuse da cerniere lampo e altri capi casual. Quello del brand è un soldato del rigore effimero, che non teme affatto di far emergere la sua parte "femminile". Una velata allusione, tra l'altro, alla Beat Generation e al Duca Bianco, da sempre figura ispiratrice per Christopher Bailey, che ha potuto omaggiarlo alla sua maniera. Il caratteristico check della casa si tinge di rosso e viene declinato, in versione macro, sui coat e sulle sciarpe. Il trench, pezzo iconico per antonomasia, ritorna in pedana e si tinge del suo colore storico, il beige, assieme ad altre sfumature tipiche dell'outerwear inglese. Precisi i richiami alle uniformi della marina, mescolati con pezzi dall'impronta più street, contemporanea, come varsity jackets e bomber lucidi. "Certe volte non mi sento una persona. Non sono che un insieme di idee di altra gente". Ricollegandoci alle parole di Bowie, è esattamente questo l'uomo Burberry: un insieme di idee che si fondono in uno stile, che prescinde dai canoni, attinge da molteplici visioni per unificarle in una sola dimensione.  

CHRISTOPHER KANE

Christopher Kane guarda alle opere di John Chamberlain, mixando con il suo stile inconfondibile fashion e arte. Il designer, grazie all'ispirazione mutuata da Chamberlain, mescola e stravolge le forme come i colori, introducendo nella collezione grafismi, linee irregolari ad effetto "zig-zag", inserti in plastica e tagli all'insegna dello sperimentalismo, a determinare e rivedere "in grande" le proporzioni. Predomina il concetto dell'uso del vecchio per il nuovo: come lo scultore, Kane torna alle origini, alla grafica ed all'arte visiva per arricchire l'uomo moderno; spogliandolo di pizzi e merletti, sovrapponendo texture e pattern, in questo caso è l'idea che crea la sostanza. Gli elementi distintivi? Tute "workwear", pantaloni oversize, colori acidi e grandi check. La figura dritta, lineare e segnata dalle cinture in vita richiama lo stile giapponese. Assolutamente evidente l'immaginario sportswear, spiccano i bomber percorsi da stampe che riproducono nel dettaglio i graffiti, quindi i denim pants scuri dai grandi risvolti bicolore. Una silhouette da strada per l'odierno samurai urbano, immerso nei murales che guardano agli anni '80. Proprio come un aerosol "compresso" in una sola boccata, che inebria di colore e struttura.  

J. W. ANDERSON

"Operiamo in un mondo dalla velocità estrema", tiene a precisare lo stesso stilista. La linea proposta è incentrata sulla velocità in tutti i sensi, ma viene contrastata dalla lentezza di pensiero ed azione simbolizzata dalle lumache ricamate sugli abiti. Anderson ammette di non vedere differenza tra l'utilizzo di un app come Grindr e Instagram, perché la fruizione del messaggio, in relazione al bacino d'utenza, è la stessa. Si può parlare, a ragione, di un ritorno alla produzione in serie, contraddistinta da pochi elementi: ad esempio le lunghissime cerniere, le scarpe da boxeur, i pantaloni tecnici. Una collezione in cui gioca un ruolo chiave il concetto di "variazione", basti vedere il camel coat, con chiari riferimenti al bondage e al sadomaso, indossato sulle gambe nude; oppure i maglioni oversize volutamente usurati e dall'aspetto logoro. Spazio, poi, a maxi-suits in lana, completi stile pijamas e inserti in pelliccia colorata o meglio, "sporcata" di colore, che può essere il tocco di scarlatto sul nero predominante, oppure di celeste sul bianco ottico. Una passerella che, in parte, rinuncia di proposito al filo conduttore, sembra quasi un insieme di capi e look "gettati" sulla pedana al solo scopo di riempire il (poco) tempo. Siamo più vicini ad una kermesse piuttosto che ad un fashion show, nella quale si inneggia in maniera "andersoniana" al tempo, alla produzione in serie e alla nascita di idee.  

TOPMAN

 Un uomo letteralmente diviso in quattro. La collezione risente fortemente dell'ascesa di Alessandro Michele da Gucci, per un uomo assolutamente seventy, "fatto" di trasparenze e oversize. L'utilizzo di materiali pesanti riesce nell'impresa di dar struttura ad una mascolinità esile ed effimera. Il denim è protagonista, rivisitato in tutte le sue forme: spazio a jeans oversize dal taglio straight e giacche anni '90. Un insieme di texture bilanciate, di tessuti shiny come velluto e viscosa per un uomo brillante, che vive di luce propria. La bellezza è quella mitologica di Narciso, che si specchia nell'acqua e riflette la sua anima. Dalla luce del Boccadoro all'hippie grunge, dalla scala degli arancioni, che caratterizza i colori delle stampe di girasoli, al cappotto destrutturato nei toni del caramello. Un uomo che nell'arco della giornata, dalla mattina alla sera, si fa sempre più brillante e caldo come il sole.

MOSCHINO

Jeremy Scott pensa al cartoon anni '90, disegnando l'outfit perfetto per Joker. Un uomo illustrato che sembra uscito dai fumetti: pensiamo al cappotto blue elettrico, al completo fucsia ecc., disegnati come nei fumetti della DC. Il marchio di fabbrica è quello di Scott: super pop, tra maxi-stripes e bomber da aviatore. Una mascolinità spray, proprio come i murales che sono ovunque. Il ritorno ai tormentoni di Madonna in "Like a Prayer": croci al neon di grandi dimensioni la fanno da padrone, alternandosi alle "maxi faces" alla Gilbert & George. Il mood che ne deriva? Un punk-pop psichedelico. Guanti, occhiali e scarpe arricchiscono gli outfits, che irrompono in passerella come un esercito di villain di un comics americano. Un miscuglio di elementi che presi singolarmente farebbero già storia, ma uniti ed accentuati in questo modo urlano alla gloria.

 

EMMEDG
Marco Di Giorgio

Tags: fashionweek, london

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