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Perchè LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT (NON) è un capolavoro

Perchè andare a vedere lo chiamavano Jeeg Robot esordio di Gabriele Mainetti alla regia? Probabilmente perchè fa da apripista ad un nuovo ciclo italiano mettendo d’accordo tutti, o quasi.

Lo Chiamavano Jeeg Robot” è un capolavoro. E’ quello che dicono tutti. E’ quello che scrivono tutti. C’è un fermento nel web tale che mi ricorda quello che ha generato “La Grande Bellezza” di Sorrentino. Solo che, a differenza di quel chiacchiericcio contrastante, oggi tutti gli allenatori del belpaese hanno lasciato la loro panchina per mettersi un cappello spielberghiano in testa. E sembrano essere tutti d’accordo: capolavoro! Ma il film di Mainetti è davvero un capolavoro? Se non siete ancora andati a vederlo trovate la trama un po’ dappertutto. Oppure, meglio, andate direttamente in sala. Non andate, però, sperando di trovare del “cinema puro” come ho letto, rabbrividendo, in qualche recensione.

Quando nel 1968 Fosbury vinse l’oro alle Olimpiadi nel salto in alto battendo gli avversari dando la schiena all’asticella e non col tipico salto ventrale, nessuno pensò che quella fosse atletica pura, e soprattutto non fu il primo ad utilizzare quella tecnica. Il film di Mainetti è buono, non pazzesco. E non è nemmeno tanto nuovo, basti pensare al pessimo “Ragazzo Invisibile” di Salvatores. Sicuramente, però, è coraggioso. Se penso ad un premio da dare a Mainetti per questo film è “Best resistenza alle porte in faccia”. Lo ringrazio infinitamente perché, probabilmente, ne ha prese parecchie anche per tutti quelli che, in questo paese, vogliono provare a fare qualcosa di diverso nel cinema italiano. E forse è questo il superpotere del regista, e anche il motivo per cui apprezzare il suo lavoro. Trovo però riduttivo parlare di filmone solo per il semplice fatto che in Italia nessuno investe in produzioni di questo tipo. Il film è godibile, la violenza è verosimile ed in genere sembra tutto plausibile anche se si ha spesso la sensazione di trovarsi in una rivisitazione moderna di “Romanzo Criminale”, per non citare i recenti “Gomorra” e “Suburra”. I dialoghi sono spesso buoni, realistici, divertenti. Purtroppo Claudio Santamaria, aka Enzo Ceccotti, il Jeeg Robot de Torbella, è sottotono nel suo ruolo e, soprattutto, nella sua storia.

Se dovessi dare un genere a questo film, sceglierei il cliché. A partire dalla gettonatissima origine dei superpoteri. Qualcuno ha detto barili di materiale radioattivo? Il passato del personaggio è pressoché sconosciuto e la sua vita di merda non basta come spiegazione della modalità odiotuttiperchésodetorbellaenoisemogentedestrada. Non bastano i tentativi, molto apprezzabili, di Mainetti di voler cogliere, morbosamente, la più lieve sfumatura della psiche del suo antieroe avvicinando la camera fino a sfiorare il suo protagonista. La sensazione, ahimé, è quella di una ricerca infruttifera. Molto superiore, invece, la performance di Marinelli nel ruolo del villain di turno. Il suo personaggio, lo Zingaro, è tridimensionale, motivato, figlio dei nostri tempi. Un social-Joker, ossessionato dai likes, dalle views e stizzito della popolarità altrui.

Sorprende anche Ilenia Pastorelli nel ruolo di Alessia, credibile nella sua instabilità e nel suo rifiuto della realtà. L’ex gieffina si aggrappa al protagonista perché rivede in lui quel Hiroshi Shiba, il Jeeg Robot originale del manga del maestro Go Nagai, il cui destino è quello di salvare il mondo e quella gente tanto distante quanto odiata da Enzo. Questo è il leit motiv di tutto il lavoro del regista, considerando la buonissima produzione di cortometraggi ispirati sempre ai ricordi d’infanzia legati alla fiorente produzione fumettistica giapponese. Nei momenti peggiori, quelli di difficoltà psichica, ma anche fisica, quello che possiamo fare è aggrapparci alle nostre certezze. A quei personaggi che hanno alimentato i sogni della nostra infanzia. Quando il giorno delle tenebre arriva possiamo sperare di essere forti come Jeeg, come l’Uomo Tigre o come Lupin III.

Il finale purtroppo è deludente, quantomeno povero e, odio ripeterlo, non originale. Stavolta la sceneggiatura di Guaglianone non fa centro. Dico stavolta perché tutti i cortometraggi di Mainetti portano la firma di Guaglianone e “Tiger Boy”, su tutti, è un capolavoro. Quello si. Dove l’eroe è una metafora, è un rifugio. Dove non ci sono superpoteri bensì super-problemi e dove negli eroi animati (in quel caso l’autore ha preso spunto da “L’uomo Tigre” per un personaggio chiave del cortometraggio) si trova il coraggio di reagire, di sopravvivere a questo mondo disturbato che ci circonda ogni giorno. Il tutto senza creare espedienti narrativi troppo ingarbugliati. Sulla scia del bel ricordo che mi ha lasciato “Tiger Boy” vi consiglio di vedere “Lo chiamavano Jeeg Robot” perché sono convinto che il regista ha molto da dare anche se in questo film si vede molto poco. E’ giusto, però, incentivare il cinema italiano coraggioso. Anche se non è da Oscar. Anche se non è originale nel suo essere diverso. Anche solo per dare un segnale a quelli che contano. Anche solo per poter gridare: Non siamo tutti Sorrentino ma vogliamo scegliere noi cosa raccontare! E poi, anche se Fosbury nel ’68 introdusse un nuovo stile vincente, fu solo negli anni avvenire che la tecnica del salto venne perfezionata fino a raggiungere risultati impensabili fino a quel momento.

Valerio Amer

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