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Mi piace. Non mi piace. Nuovi criteri di estetica moderna.

Kim Kardashian, che nel bene o nel male non ha bisogno di presentazioni, pubblica sul suo profilo Instagram una sedicente immagine, scattata dal celebre fotografo Jean Paul Goude, che la ritrae bella, sorridente e orgogliosa di mostrarci tutto il suo integrale splendore di donna latina che ha il suo acme nell’ iperbolico lato B, oliato e un po’ ritoccato dal genio di Photoshop per l’occasione.

Il post sfiora il miliardo di Mi piace. Diventa immediatamente virale producendo proseliti e dissacrazioni, ardite emulazioni, miliardi di commenti su tutti i social network, giornali e programmi televisivi che trattano il caso. Ora, per quanto uno voglia ignorare l’ennesimo sboccato eccesso di una starlette americana, ai quali siamo ben abituati, non si ci può non soffermare un attimo sul fatto che questa immagine, come molte altre che tempestano il nostro occhio visivo con quotidianità ritmica ed incessante, sia non tanto un caso ma sicuramente un fatto estetico.

La foto in questione non in sé sensazionalistica, tra l’altro è un’idea fotografica già precedentemente usata da Jean Paul Goude, non è la sua fotogenia tout court a sconvolgere ma ciò che innesta nelle coscienze di chi ha rilasciato quei miliardi di commenti contro o a favore del bello estetico di questa foto. Interessante notare che anche quelli contro hanno messo Mi piace, il piacere è fondamentale, meraviglioso o grottesco che sia. Siamo quindi di fronte ad una estetica del piacere? Ma questo piacere che natura ha, è un piacere del bello, del mostruoso, del voyeuristico, è sadomasochista? Si può ancora parlare della categoria di bello estetico? Una cosa è sicura, questa è un’immagine pop ma anche un’immagine pornografica nella sua accezione più sublime. La cosiddetta estetica del Pop Porno non è certo invenzione degli ultimi anni, ha radici profonde nel progressivo abbattimento dei veli del conforme perbenismo erotico borghese. Lo snodo fondamentale della nostra contemporaneità è però la viralità di queste immagini e la possibilità nostra di fruirle velocissimamente e di esserne anche autori, basta una selfie, un ritocco, un upload è il gioco è fatto, possiamo essere anche noi artisti del porno. Cosa produce tutto questo nella nostra idea di immaginario estetico?

Fossi un gallerista d’arte esporrei oggi uno accanto all’altro i seguenti capolavori: la Grande Odalisca di Ingres, Les Demoiselles d’Avignone di Picasso, una Marylin pop art, una Grace Jones, una Madonna (Ciccone), una Lady Gaga, una Miley Cirus, ed una Kardashian. 

La trasformazione sottile che intercorre tra queste raffigurazioni di beltà porta ad un progressivo abbandono del soggetto, dell’Io e del suo mondo simbolico. La Grande Odalisca è soggetto di sofisticato erotismo e simbolo di una ancora timida emancipazione femminile dopo i veti artistici imposti nelle raffigurazioni sacre. Le grottesche Demoiselles inquietano lo sguardo ed indagano le meta-dimensioni metamorfiche dell’essere umano. L’avvento della pop art trasfigura già e banalizza le immagini che non rimandano più ad entità profonde, rimandano solo a se stesse; ma qui l’individuo non è ancora morto perché c’è chi fa dell’estetica pop il suo costume alla moda per urlare al mondo la sua rivendicazione di identità: ed allora Madonna, Grace Jones, George Michael e molti altri. Lady Gaga stessa si mantiene simbolica, è una maschera volutamente mostruosa e cangiante, ma già qui l’individualità si disfa, quasi non si vede più nulla della donna dietro la maschera, ma la Gaga è ancora un’artista del sè. Da chi copre tutto a chi mostra tutto, arriva la pop-pornografia di Miley Cyrus, arriva la Kardashian. Cosa rimane del sè? L’immagine qui è funzionale al fagocitarsi di una estetica virale ed isterica che fa del figo e non più del bello la negazione di ogni contenuto altro che non sia puramente estetico. Il bello può essere meraviglioso come un quadro di Monet o terribile e grottesco come Les Demoiselles, il figo è solo figo. È la plasticità infatti iperrealistica del Photoshop che regna sovrana come ultimo micidiale scalpello che plasma in Barbie e Ken tutto ciò che tocca. E cosa è mai quell’immagine di Kim Kardashian se non una Barbie Pop Porno, magari con le parti sostituibili, feticci che non permettono più di vedere la persona.

Non è certo la mente geniale della Kardashian artefice di tutto questo. Lei è qui vittima non carnefice. Il carnefice vero è Jean Paul Goude, fotografo celeberrimo dall’epoca della pop art che ha avuto niente meno che come musa ed icona rivoluzionaria di costume, Grace Jones. È evidente che non si può qui prescindere da Warhol, dall’immagine che si sgancia dalla sua essenza ma diventa merce riproducibile, un simulacro ironico che ride di scherno alla mancanza di contenuti: corpi sexy, fighi, provocanti, dissacratori, che giocano con i simboli tradizionali dislocandoli e producendone la loro vacuità per regalarci degli ibridi, e così da Warhol a La Chapelle, la leggerezza della plastica nasconde i velati drammi della nostra crisi. Anche la Kardashian è una vezzosa provocazione che annulla quel dramma alla vista ma lo allarma alla coscienza. Questa profanazione della persona e dell’intelletto che ci distoglie dalla preoccupazione del nostro brancolare nel buio di una società di individui frammentati, nasconde o tristemente amplifica nascondendo, questo nostro scomodo ed ingombrante Io che ormai pochi hanno davvero il coraggio di confrontare.

La profanazione non è una negazione del mistero, ma una relazione possibile con esso.” (E. Levinas)

Tommaso Cartia

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