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La sciura Milanese

Quando l’identità è il vero monogram

 

Montenapoleone, sabato pomeriggio. A guardare le vetrine tanti turisti e ragazzine che bramano l’ultima it-bag, a comprare, asiatiche a parte, due categorie di donna. La prima potrebbe essere russa, ma anche di Bollate, porta una tuta di ciniglia e una maxi borsa logata con cagnolino annesso. La seconda è una bella donna, curata ma non troppo, e indossa abiti apparentemente anonimi. Tra le due, la più appariscente è certamente la prima, ma c’è qualcosa nella seconda che la rende molto più inavvicinabile.

Per spiegare questo fenomeno dobbiamo partire da lontano. Erano gli anni '80 e la politica di Reagan aveva permesso agli Stati Uniti di raggiungere un elevato livello di benessere. E’ in questo ambiente che nasce la “logomania": più che simboli veri e propri inni alla forza e alla ricchezza. Apparire era più importante di essere e lo status veniva esibito attraverso la griffe. La svolta avviene nei nineties, quando la medaglia si rovescia ed è l’interiorità a determinare l’esteriorità. Erano gli interessi e gli stili di vita a determinare le scelte vestimentarie e non viceversa. Nel 2000 esce il libro "No-logo" di Naomi Klein, quasi un manifesto anti-globalizzazione, nel 2007 inizia la recessione. Albert Einstein diceva che la crisi è un’opportunità: in questo caso, l’opportunità di tornare all'individualismo, che rappresenta un bisogno diffuso di rintracciare la propria essenza al di là del branding e oltre gli stereotipi. Sociologi e stilisti sono d'accordo: il lusso di oggi valorizza la personalità e riguarda più l'esperienza personale che i simboli, tanto che in America i grandi department store non riescono più a vendere abiti con marchi evidenti. Si può parlare quindi di “contro-controcultura”, perché il trend del no-logo ostenta più della logo mania.

Eccoci arrivati dunque alla sciura milanese: ha una laurea ma nella vita preferisce organizzare eventi, fa pilates e legge i libri di Carlo Cracco anche se non ha mai acceso un fornello. La mattina beve latte di soia nei confortevoli e seducenti completi di Altuzarra, per poi correre da un lato all’altro della città avvolta nelle candide pellicce dell’ultima collezione di Costume National. In palestra va bene lo sportswear, ma solo firmato Alexander Wang, lo stesso a cui si affida nel weekend, con gli abiti dalla silhouette rigida e il sapore street del nuovo Balenciaga. La sera sceglie le creazioni di stilisti che hanno rinunciato alla spettacolarizzazione del vestito fine a sé stessa, come Phoebe Philo di Céline, Stella McCartney e Jil Sander. Questa stagione la prima compie l’ennesima rivoluzione con creazioni sobrie e sofisticate, pensate appositamente per una donna dinamica e contemporanea, l’inglese manda in passerella una collezione androgina, che risponde alle esigenze di eleganza e funzionalità, mentre la minimalista tedesca è fedele al suo progetto di cancellazione dell’eccesso proponendo capi in cui sono i dettagli a fare la differenza.

La sciura milanese è più snob con i capi moderati e austeri di Prada o Marni che con i marchi in bella mostra. Ciò che ha trasformato questi due brand in veri e propri universi creativi è la continua tensione verso la sperimentazione che rende le loro collezioni sempre coerenti con sé stesse: il moto perpetuo, al passo con i tempi, che mantiene intatto il punto di vista, ma non il risultato. Miuccia Prada e Consuelo Castiglioni difendono la moda come insegnamento e rifiutano l’ovvio e il successo facile spostando l'attenzione dal contenitore al contenuto. Ma la nostra sciura non rinuncia nemmeno alle maison più care al mercato della contraffazione, perché ormai marchi come Burberry, Gucci e Fendi danno filo da torcere ai falsari. Il primo sostituisce il celebre check con decorazioni pittoriche dipinte a mano sulle superfici di cappotti, borse e scarpe, riuscendo ad essere ancor più riconoscibile. Il secondo confina la doppia G agli accessori cult per lanciarsi in una reinterpretazione di alcuni elementi degli anni sessanta attraverso i segni di stile della storica casa di moda. Sulla stessa scia troviamo Fendi, che nelle mani di Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi riparte dalle origini per traghettarsi nel futuro. Il glamour e il lusso non vengono ostentati, ma esaltati in capi dalle linee pulite che facciano sentire le donne belle ed eleganti per se stesse, non per gli altri. A lasciare il segno è dunque la proposta di stile di questi brand, che permette alle sciure di fare della propria identità il loro monogram.

Martina Trozzi

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