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Funny Games

Non un film ma un saggio. Non un cult bensì un'opera d'arte. E' questo quello che si può affermare del remake shot-for-shot (riproduzione esatta della composizione scenica, dalle inquadrature al montaggio) dell'omonimo film che Haneke gira dieci anni prima. Funny Games non è che un trattato sulla violenza, sulla sua ripetizione e sulla fruizione bulimica che il pubblico è ormai abituato a fare. Una violenza ripetuta ma sempre accennata. Violenza che sembra essere l'unico traino dell'intera trama. Senza di essa non si avrebbe il film. Tutta la messa in scena regge sul suggerimento della violenza atto a torturare la mente dello spettatore che sa già cosa accadrà. Lo sa bene perché, come ripete uno dei protagonisti del film, è questo quello che vuole, quello che tutti vogliamo. Si vuole la violenza ed essa ci viene propinata.

Ad un livello profondo ed inconscio, mai diretto. Ma fa ancora più male. E come la peggiore delle droghe, quando l'effetto del disgusto-godimento finisce, non si fa altro che cercarne ancora e ancora. E senza rendercene conto siamo diventati schiavi di questo ingranaggio diabolico. Complice la televisione da cui, in una scena cruciale del film, sgorga del sangue riversandosi sul pavimento davanti agli occhi inermi degli spettatori. Il tutto incorniciato da una forte presenza del bianco, colore spesso associato ad una castità, inteso qui come sintomo di purezza non necessariamente positiva bensì estrema rispetto ad un credo che, per i due protagonisti, è per l'appunto la violenza stessa. Un film che va affrontato armati di coraggio e voglia di comprendere, lasciando magari da parte il perbenismo e i facili moralismi.

Valerio Amer

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