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Blow-up: Antonioni e la fotografia

Girato nel 1966 a Londra, Blow-Up non è solo un film che ha fatto la storia del cinema, ma è una profonda riflessione sull'imperfezione dell’immagine fotografica.
Nel film di Antonioni si affronta un discorso esplicito sulla visione, sulla matericità e sull'artificio del fotografare. Il rapporto tra individuo e realtà è centrale nell'interesse del regista. E' la riflessione sulle possibilità della fotografia, e dell'arte in generale a preoccuparlo.

Fra i molti modi di combattere il nulla, uno dei migliori è quello di scattare fotografie” diceva Julio Cortazar, il cui racconto, Le bave del diavolo, ispirò Antonioni per la realizzazione di Blow-up.
David Hemmings interpreta Thomas, un eroe “diviso tra l’impulso artistico e la non ancor del tutto atrofizzata sensibilità umana”, abituato a vivere un mondo di finzione.
Il protagonista non riesce a rapportarsi con gli altri e con la realtà che lo circonda poiché, in quanto fotografo, attinge dalla realtà come un pittore attinge il colore dalla sua tavolozza. Si trova quindi in una dimensione estranea a quella del suo “materiale”. Per il fotografo l’immagine fotografica è tutto. E' il suo modo di esplorare il mondo.

Blow-up è un film in cui uomini, cose, paesaggi e ambienti sono osservati non solo con il distacco obiettivo, che è proprio della macchina da presa, ma anche con lo scopo di analizzare la realtà “dal di dentro”, per scoprirne la vera struttura e coglierne i significati a volte nascosti.
Nella sua Camera Chiara (1980) il critico francese Barthes definisce il “punctum” come l'elemento che trascende l'aspetto razionale della foto (lo “studium”), e va a colpire, o meglio a pungere, chi lo osserva, rendendo una foto qualunque, “la foto”. Secondo Barthes, Il “punctum” è il dettaglio che attrae e disturba allo stesso modo lo spettatore e che, quindi, lo coinvolge emotivamente. Ma è qualcosa che si trova semplicemente lì, per caso. Sono i contorni sfuocati del cadavere nella fotografia di Thomas che innescano lo stato emozionale del fotografo che è portato, inevitabilmente, ad una appassionata e consumante ricerca della verità. Questo porta il protagonista a scavare nell’immagine per trovare altre immagini, fino all'annullamento della fotografia stessa. In un gioco infinito, dietro ad ogni immagine, Thomas, ne trova un'altra. Si perdono così i contorni e non ci sono più distinzioni fra i vari oggetti e le figure che formano la fotografia. Si possono soltanto vedere i granelli della pellicola.

Thomas, inoltre, crede di poter fare qualsiasi cosa con la sua macchina fotografica. Pensa di poter usare per scopi personali quello che si trova a fotografare, arrivando, scioccamente, a pensare di aver salvato la vita a qualcuno grazie alla sua fotografia. Il protagonista, però, non fa altro che brancolare nel nulla alla ricerca di una verità inafferrabile. E' questa la punizione per la sua hybris.
La sua non è altro che un'illusione di controllo sulla realtà grazie al medium fotografico. La sua verità, però, viene smontata dall'analisi delle sue stesse fotografie.
Si trova in un mondo in cui l'oggettività fotografica mette in luce la debolezza umana, senza poter garantire la comprensione della vita e della realtà che ci circonda.
La vicenda del fotografo che ingrandendo uno dei suoi scatti scopre, o pensa di scoprire, una realtà sconosciuta, acquista la valenza di un simbolo: il fallimento dell’esistenza umana costretta a perdersi in un mondo incomprensibile, che rimanda continuamente ad altro e a visioni e possibili realtà diverse. 

Nella sequenza finale il gruppo di mimi incontrato ad inizio film, gioca una finta partita a tennis. I mimi imitano la partita proprio come la fotografia emula la realtà. Il fotografo è costretto a scegliere tra immagine, in quanto imitazione del reale, e realtà.
E Thomas, a fine film, accetta quella finzione dell’immagine, rilancia la pallina immaginaria ai mimi, credondo di udirne addirittura il suono.
Nell'ultima inquadratura vediamo un campo lunghissimo, dall'alto, sul protagonista che scompare pian piano in mezzo al prato. Il regista ferrarese termina la sua storia lasciandoci col dubbio che tutto quello che abbiamo visto potrebbe essere frutto di immaginazione, sottolineando ancora una volta come la realtà è, infine, indeterminabile.
Ed è questo, infine, che vuole suggerirci Antonioni: l'impossibilità per l'uomo, e l'artista (in questo caso il fotografo), di comprendere il mondo.

Altro aspetto importante e interessante di Blow-up è sicuramente il rapporto che si evince fra Thomas, fotografo di moda e il mondo del fashion stesso. Scena cult, e immagine iconica della storia della fotografia, è sicuramente quella dell'approccio passionale del fotografo nei confronti di una splendida Veruschka. Una scena carica di erotismo in cui l'attore che interpreta Thomas si stende direttamente sulla modella durante uno shooting, arrivando a quel contatto diretto, sempre solo suggerito e mai attuato nell'ambito della moda. Come se, finalmente, si abbattesse uno strato protettivo che divide l'occhio del fotografo e la modella. Antonioni descrive lo shooting di moda come un amplesso che culmina nello scatto, quello buono. Quello per cui vale la pena impugnare la macchina ed osservare la realtà sperando di comprenderla.
Diversi fotografi, di moda e non, si sono fatti ispirare dall'immagine di Antonioni che, a sua volta aveva preso spunto da una ripresa del fotografo David Bailey che, durante una session, si rapporta alla stessa Veruschka proprio come fa Thomas in Blow-up.

L'amplesso fotografico ha sicuramente stuzzicato la fantasia dei fotografi più disparati. Lo stesso Mario Testino, nel 1992, si lascia ispirare dal film di Antonioni, realizzando un editoriale con la modella Shana. Editoriale tutt'altro che roseo a livello di originalità. Questa è, purtroppo, l'altra faccia della medaglia. La creazione di immagini forti ed iconografiche conduce ad un inevitabile soffocamento della creatività stessa, portando a compimento la produzione in massa di stereotipi che non hanno nulla a che vedere con l'originale. Degli spauracchi che, oggigiorno, sono sempre più presenti sia nelle fotografie dei grandi che in quelle degli amatori. E si torna a quel dubbio che interessa il regista ferrarese: si può comprendere la realtà prendendo esempio e spunto da un'immagine che è già in difetto rispetto alla realtà stessa?
Alle future generazioni di fotografi e artisti, l'ardua sentenza.

Valerio Amer

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