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Stella Jean: vita alla Wax & Stripe

Stella Jean, designer giovane, di talento, dal sapore multietnico e socialmente sostenibile, nella rosa dei nomi che porta alto il made in Italy.

Parlare di lei e non menzionare le sue origini haitiane sembra davvero impossibile. Quando e come ha capito che potevano essere un reale punto di forza per la sua moda?

La seconda volta che sono stata bocciata al concorso Who Is On Next?, Simonetta Gianfelici, in seguito divenuta mia mentore, si è avvicinata e mi ha detto: «La prossima volta, prova a essere più sincera. Prova a essere unica». E quel che ho di unico è proprio la mia storia: essere una italo-haitiana a Roma. Quando ho tirato fuori dall’armadio una camicia a righe di mio padre e l’ho accostata ad una gonna a stampe afro, è stato come dichiararsi al mondo: la camicia rappresentava la sartorialità tutta italiana, la gonna era l’espressione delle donne caraibiche e africane. È stato come affermare: «Io sono questo». Ed è piaciuto. Haiti ricopre un ruolo imponente nello sviluppo delle mie collezioni proprio per il métissage culturale insito in una nazione che vede mischiati glia indiani Arawak, gli africani provenienti dalla Costa d'Oro, Spagnoli, Inglesi e Francesi.

Eppure c’è molto dell’artigianalità italiana nelle sue collezioni. Da dove l’ha appresa e come l’ha fatta sua?

Di italiano nelle mie creazioni c’è molto, potrei dire l’esatta metà. E questo sicuramente ha fatto sì che in me sbocciasse una naturale tendenza all’estetica del bello e una spiccata sensibilità creativa. Sono romana e, passeggiando per i vicoli della mia città, anche l’occhio meno allenato non può che farsi catturare da un’infinità di scorci, ciascuno espressione di un diverso periodo storico e dell’arte di quel tempo.

Come desidera raccontare il risultato dell’unione di queste culture tanto lontane?

Le mie radici culturali che sono alla base del lavoro. I capi nascono dalla mia storia personale, riflettono il métissage di italo-haitiana e il sincretismo socio-culturale insito nella cultura creola, dando vita alla Wax & Stripes Philosohpy. E’ importante mantenersi fedeli al concetto di base che, nel mio caso, si esprime nel voler conciliare universi vicini e lontani. Un punto di partenza imprescindibile, supportato dalla necessità di veicolare, attraverso il mio lavoro, un nuovo concetto di multiculturalità.

Lei è anche una delle principali stiliste che si occupa attivamente di moda etica. Su cosa si è focalizzata in questo suo impegno e come è riuscita ad integrarla nella sua linea?

Ho capito ‘sul campo’ che la moda può veramente essere innovativa quando si pone come ponte fra culture diverse. Oggi viviamo in un mondo che è globalizzato, ma ciò non vuol dire che le specificità culturali siano scomparse. Credo solo si siano spostate su orizzonti più ampi: le persone viaggiano, si spostano, cambiano paese e con sé portano un background culturale che internazionalizza le loro culture di origine. Così si creano i miei look: sono abiti che vanno bene su persone che vivono la dimensione del nostro tempo in maniera aperta e interessata a tutto ciò che si muove sulla scena internazionale, definendo una moda che è un dialogo e un confronto tra persone. Per questo, grazie alla mia mentore Simonetta Gianfelici, ho conosciuto Simone Cipriani e mi sono unita al programma dell’ITC (International Trade Centre), agenzia dell’ONU e dell’OMC per i progetti di moda etica, approdando in Burkina Faso. Qui ho trovato un tesoro raro, racchiuso nelle mani operose di donne straordinarie che raccontano, con dignità e con il duro lavoro, un mosaico creativo e culturale senza mistificazioni. Mani svelte e sapienti tessono a telaio a mano, mentre i corpi, avvolti in tessuti dai colori vibranti, sprigionano energia, stupiscono, insegnano e suscitano un incontenibile sentimento di profondo rispetto. Oggi comprendo quanto la mia presenza lì sia stata casualmente necessaria, per loro, e soprattutto per me.

Quale identità comunicano le sue creazioni e a quale femminilità parlano?

L’identità di chi vuole trasmettere una visione nuova, sofisticata e cultivée delle tradizioni tessili del sud del Mondo, a partire dai Caraibi e dall'Africa, per poi fare ulteriori escursioni stilistiche. L'eleganza e lo charme non possono e non devono essere una prerogativa e una questione di latitudine.

La mia idea di donna è quella di una frequent flyer dello spirito, non importa che tocchi tutte le capitali della civiltà con il corpo ma è indispensabile che le sfiori, e da queste si lasci sfiorare, con l’anima, la curiosità, la capacità personale innata di miscelare geografie storiche.

Le donne attratte dalle mie collezioni sono donne curiose, inclini ad apprendere e, soprattutto, a capire. Hanno bisogno però di riconoscersi e di “abitare” un vestito, non di mascherarsi. Vanno offerti loro elementi propri della cultura di appartenenza, mettendo in campo una nuova filosofia di métissage che permetta di viaggiare ovunque, senza dimenticare il proprio punto di partenza.

A cosa guarda quando da vita ad una collezione e alle sue mille lavorazioni e sfumature cromatiche?

Il mio sguardo è sempre rivolto al futuro e alle possibili combinazioni storico culturali, per una creatività trasversale che non ponga limiti agli abbinamenti culturali, sociali e tessili. E questo è quello che cerco di far arrivare al cuore delle persone con il mio lavoro. Quando realizzo un capo, non è solo di moda che sto parlando. Io parto dal particolare con la speranza di arrivare al globale, mettendo in campo tutta me stessa.

Con il suo grande talento, il suo passato da modella e la sua realtà familiare, composta principalmente da artisti, sembrerebbe il mondo della moda ad averla scelta e non viceversa. Eppure deve esserci stato un momento in cui ha deciso consapevolmente di intraprendere un certo tipo di strada. Quando ciò è avvenuto e perché?

Ho un percorso poco canonico, ma tutto inizia semplicemente con la mia storia, con quella che sono. Ciò che mi ha fatto decidere in modo definitivo di intraprendere questa strada è scaturito dalla necessità di trovare il mio linguaggio espressivo. La moda è il più autentico mezzo di comunicazione di cui dispongo ed è ciò che mi ha consentito di esprimere e risolvere il senso di inadeguatezza che ha caratterizzato i primi anni della mia vita. Il fatto di iniziare come indossatrice mi ha permesso di compiere un “furto con destrezza”, anche se ho ben presto capito di essere nel posto giusto, in vesti errate.

Progetti e desideri futuri?

Facta, non verba…Sono molto superstiziosa e preferisco non parlare di progetti ancora in divenire!

Ilaria De Leonardis 

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