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Quando la moda divide la moda: Saint Laurent by H. Slimane

Nonostante l’indiscutibile successo, le collezioni del brand continuano a far discutere. Licht prova a fare chiarezza sullo spinoso argomento una volta per tutte.

Quasi quattro anni fa la holding PPR nominò direttore creativo della controllata Yves Saint Laurent lo stilista Hedi Slimane, al quale vennero affidate le redini della griffe, autentica istituzione della moda mondiale. Ci fu subito una drastica svolta voluta dal neo-direttore, che rinominò la maison togliendo il nome del fondatore: non più “Yves Saint Laurent Rive Gauche”, ma “Saint Laurent Paris”. Si scatenò un vero e proprio putiferio, eppure altri cambiamenti erano in vista.

Slimane diede una nuova identità al brand. Innanzitutto progettò e sviluppò un nuovo concept architettonico per i monomarca. In secondo luogo lavorò per implementare l’offerta di abbigliamento, calzature, prodotti a marchio Saint Laurent. Ovviamente l’attesa dell’intero fashion system per il suo debutto ufficiale era febbrile.

Il 1° Ottobre 2012, all’interno del Grand Palais, sfilarono outfits composti da striminziti tailleur con giacche fitted e pantaloni sartoriali a sigaretta, sahariane trasformate in tuniche di camoscio, mantelle e long-dress da gala, con l’aggiunta di grandi cappelli a tesa larga, fiocchi ad ornare le camicie, pumps dal tacco stiletto. In breve, Hedi aveva aggiornato e rivisto, col solito piglio rockettaro e lo sguardo disincantato, lo stile del primo Yves Saint Laurent, quello che negli anni ’70 vestiva le sue donne con abiti tornati ora a dettar tendenza dalle passerelle, in una sorta di versione 2.0.

Le reazioni furono contrastanti: se molti addetti ai lavori promossero il nuovo corso, altri criticarono aspramente il défilé, accusandolo di essere troppo lontano dai canoni di YSL. Ad esempio la celebre giornalista Cathy Horyn scrisse una recensione al vetriolo della sfilata, provocando la risposta stizzita e polemica dello stesso Hedi. Indifferente ai commenti negativi, nei primi mesi del 2013 il designer rafforzò il legame del brand con la musica, lanciando il Saint Laurent Music Project: una collaborazione che riguardò numerosi musicisti, famosissimi o agli esordi, che avrebbero posato davanti all’obbiettivo fotografico per le campagne pubblicitarie e realizzato soundtrack esclusive per le sfilate. Negli anni il SL music Project ha coinvolto Daft Punk, Marylin Manson, Courtney Love e tanti altri nomi illustri, unendo musica e moda in un binomio indissolubile.

Inoltre, facendo tappa a Parigi solo lo stretto indispensabile, il direttore artistico trovava comunque il modo di dedicarsi alle Runway: nella prima sfilata maschile del 2013 i modelli, ovvero giovani studenti, artisti, ecc. furono reclutati con casting ad hoc. Nessun professionista, solo ragazzi scheletrici strizzati in jeans stretch logori e usurati, giubbetti tartan, abiti sartoriali dal fit asciuttissimo; ogni singolo pezzo del défilé diventò un cult: dai pantaloni strappati ai maglioni fantasia, passando per le camicie in flanella a scacchi e le lunghe sciarpe rigate. I buyer acquistarono l’intera collezione, che fu così distribuita anche nei multimarca e department-stores più prestigiosi in assoluto. Poco importava se tante illustri penne della moda continuavano con le critiche impietose: dopo anni di conti in rosso, i ricavi schizzarono alle stelle.

Slimane moltiplicò gli sforzi per alzare ulteriormente l’asticella, disegnando collezioni sempre più sfrontate. A ribadire che il focus era tutto sul cliente, i pezzi che ottennero maggiori riscontri in termine di vendite entrarono a far parte dell’ennesima novità: la Permanent Collection, una selezione continuamente aggiornata dei capi e accessori più rappresentativi dei défilés. Ad oggi la Permanent include, per l’uomo e la donna, capospalla e giubbetti in pelle, blazer, tailleur in aggiunta a gioielli, borse e molto altro.

Negli anni ogni singolo fashion show, maschile o femminile, ha fatto scalpore e diviso il pubblico in blocchi nettamente contrapposti. Ci si può dunque chiedere se abbiano ragione i detrattori di Slimane, che lo accusano di stravolgere il blasone e la raffinatezza tipici di YSL per seguire una strada tutta sua; oppure i “fan” del creativo, quanti credono che Slimane sia un geniale innovatore, (già) riuscito nel miracolo di riportare ai fasti passati la maison. Noi propendiamo per la seconda ipotesi, con le dovute precisazioni. Se da un lato Hedi ha mirato da subito a (r)innovare stile e immagine della griffe, dall’altro va riconosciuto che ha sempre mantenuto vivo il rapporto con le icone, le cifre stilistiche, i capi passati alla storia, in una parola con l’eredità del grande maestro. Per questo ha rinominato la casa di moda, tornando alla prima denominazione scelta dallo stesso Yves quando aprì a Parigi la boutique “Saint Laurent Rive Gauche”, con l’intento di stravolgere lo status quo e dedicarsi esclusivamente al prêt-à-porter. Per questo ha riletto ogni singola stampa, ispirazione, capo feticcio di YSL, dal tuxedo iperfemminile alla sahariana, dal nude look alle camice bon ton. Per questo, infine, si è circondato di vip, giovani talenti e modelle/i considerati perfetti per incarnare lo spirito della griffe, allo stesso modo in cui il giovane Saint Laurent amava stare tra le sue muse ed amici, da cui traeva continua ispirazione.

Si può parlare a buona ragione di rivoluzione creativa, di rottura degli schemi e via discorrendo, ma senza mai dimenticare che il punto di partenza, l’origine dell’intero lavoro di Slimane è da ricercare nella profonda, sincera ammirazione di quest’ultimo per il suo mentore; tutto il resto è venuto di conseguenza. Da Maestro ad allievo, dal passato al presente, la maison continua a scrivere pagine fondamentali della storia del costume: questo è ciò che conta davvero.

Marco Marini

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