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PFW: Ville Lumiére... E la moda s'illumina d'immenso

La capitale francese chiude magnificamente il tourbillon delle nuove collezioni, ribadendo il suo dominio incontrastato sul fashion system. Scopriamo cosa lascerà maggiormente il segno sulla moda che verrà e le sfilate di cui non potrete fare a meno di innamorarvi.

Nemmeno il tempo di metabolizzare l’ultima, sfavillante edizione di MMD che si è aperto il sipario sulla Paris Fashion Week. Con quasi 100 défilé ed un numero imprecisato di presentazioni ed eventi, il lungo tour de force delle sfilate ha avuto il suo grandioso epilogo nella città considerata capitale della moda per eccellenza. Le Maison più antiche e prestigiose, marchi ormai francesi d’adozione per stile e presenza in calendario da tempi non sospetti, fautori della cosiddetta avanguardia e nomi italiani di caratura globale… All’ombra della Tour Eiffel c’è stato spazio per approcci al prêt-à-porter e visioni stilistiche di ogni genere, perché si sa che Parigi, come nessun altro luogo, sa accogliere e valorizzare le tante voci ed espressioni della moda.

 

Cominciamo con il menzionare Jonny Johansson, fondatore e mente di Acne Studios. Per la P/E 2016 lo stilista svedese ci consegna un guardaroba che ruota attorno a vari elementi, ma il messaggio è univoco: sperimentare il più possibile, senza fossilizzarsi su un’unica tipologia di fitting/silhouette. Tanti i blazer, leggermente over, che seguendo il mood di stagione si arricchiscono di revers a contrasto in pellami esotici, tasconi in velluto,  grandi patch di chitarre elettriche. Gli abiti, i tubini, le maglie danno l’impressione di esser stati cuciti in modo approssimativo, tanti sono gli orli sfilacciati o tagliati a vivo, gli strappi e le smagliature sui tessuti; se a questo aggiungiamo la lunga serie di ibridi – come top patchwork – , i colori saturi che accendono vestitini e caban con striature, fiamme o grandi cerchi optical e il simbolo ricorrente della chitarra nel finale, ci si rende conto che l’idea di base sta nel mescolare il tutto senza timori reverenziali.

 

Da Ann Demulemeester l’attuale creative director Sébastien Meunier continua, pur restando fermamente ancorato alla tradizione del marchio, a instillare cromie inedite e nuovi must nelle sue collezioni. Stavolta è il turno di una donna forte, sicura di sé, che veste giacche, marsine, soprabiti fitted e skinny-pants in pelle o cotone, ma si lascia sedurre anche da forme meno perentorie, date da pantaloni o gonne drappeggiati e lunghi vestiti-tunica; cede inoltre al fascino delle stampe, più simili in realtà a striature che sfumano nel bianco o nero, alle piume usate come ornamento e infine  a grossi spuntoni di metallo e top see-through. La costante è il chocker in metallo che cinge il collo, come a permeare il tutto di un sapore vagamente bondage. Scelte di styling estreme a parte, Meunier si conferma in grado di bilanciare heritage e novità, uniti in outfits a dir poco suggestivi.

 

Se vi appassionano eventi mondani, tappeti rossi e occasioni in cui sfoggiare outfits sensuali e trendy, Balmain vi farà sognare con le sue uscite glamourous all’ennesima potenza. Sulla passerella sfila un esercito di supertop. Il designer Olivier Rousteing fa del massimalismo, dell’ispirazione 80’s e del sex appeal il suo credo stilistico, e lo ribadisce anche in quest’occasione: la fisicità statuaria delle modelle viene esaltata da abiti fascianti, pantaloni e vestiti aderenti come una seconda pelle, body e maglie attillate. I cristalli di cui sono rivestiti molti capi e longuette brillano sotto i riflettori, balze e volant danno movimento tanto alle bluse quanto alle gonne o ai pantaloni flare. Sul finire gli abiti più o meno lunghi sono il risultato di un complesso intreccio di ricami, nodi e lacci, che mettono comunque in risalto la silhouette.

 

La collezione prêt-à-porter 2016 di Raf Simons per Dior coniuga armoniosamente il minimalismo e il nitore estetico propri di Simons con la predilezione di Dior per tailleur e abiti di impeccabile fattura, che emanino grazia e romanticismo. Il direttore artistico aggiunge all’insieme suggestioni sporty-chic e attenzione meticolosa per decori, linee e dettagli che conferiscano ulteriore charme. Sfilano tanto delicati completi blusa-pantaloncino a culotte, eterei chemisier, abitini in chiffon quanto parka e sahariane più “rigorosi”, ma riletti in chiave couture o ingentiliti da fiori, ricami luccicanti, piccole ruches e plissettature sul fondo. I pull in lana, sforbiciati all’altezza dell’addome da tagli ondulati, sono la sintesi perfetta tra classico e contemporaneo, anche quando adottano spalle scultoree che richiamano l’alta moda. Lo spezzone conclusivo è incentrato su sovrapposizioni fra trasparenze e maglioni corposi. A suggellare il tutto, foulard in seta o “collari” in pelle con spille e camei e décollettés con fiocco sulla punta, cinturini annodati alla caviglia e tacco basso squadrato o più alto.

 

Da quando John Galliano è stato estromesso dal brand omonimo, questo non ha forse più raggiunto i fasti di un tempo, ma Bill Gaytten ce la mette tutta per non smentire la fama di griffe che sconquassa e sovverte le regole del bon ton... E stavolta il tentativo riesce in pieno! Il creativo britannico fonde e mixa senza (apparenti) punti di contatto maschile e femminile, outerwear e pizzo macramè, il motivo check con i pois. Il trait d’union è rappresentato dalle stringate scure, poi si alternano peacoats, cappotti, blazer profilati da spille da balia, giubbetti da motociclista borchiati, tutti indossati su sottovesti in raso di seta, shorts, pantaloni ampi e gonne a balze. In alcuni passaggi si ha l’impressione che Gaytten forzi un po’ la mano, che carichi eccessivamente i total look, ma in fondo da un marchio come Galliano ci si aspetta proprio questo, esuberanza nei tagli come nelle scelte dei tessuti e degli abbinamenti.

 

Stagione dopo stagione, David Koma sta ricostruendo dalle fondamenta l’immagine e l’identità stessa della label Mugler, epurandola dagli eccessi e dall’impronta street su cui avevano lavorato i suoi predecessori. Koma mette in primo piano tagli chirurgici che sezionano, attraversano, rivoluzionano il classico abito da sera. Inizialmente si gioca molto sull’effetto asimmetrico, presente su minigonne, tank top trattenuti da fermagli, tute e minidress con bottoni che assecondano e sottolineano l’irregolarità delle forme. Traendo ispirazione dall’abbigliamento militare viene scelta la pelle per gonne corte, cargo-pants, bomber, trench e abitini midi cui si dà ulteriore grinta mediante tasche, dettagli metallici e zip. Spazio infine all’eveningwear, con tubini, tuxedo e jumpsuit nei toni del rosso e nero, sinuosi, eleganti e mai eccessivi. Sotto la guida di Koma, Mugler è tornato a  riscuotere consensi unanimi grazie ad outfits ottimamente bilanciati tra semplicità e innovazione, ottenendo anche importanti riscontri in termini commerciali. 

 

Concludiamo la nostra analisi menzionando la runway che ci è piaciuta di più in assoluto, un autentico capolavoro: la collezione di Lanvin firmata da Alber Elbaz, che citando sul catwalk i suoi marchi di fabbrica, rivisita sotto una nuova luce le molteplici sfumature del prêt-à-porter femminile. L’occhio cade subito su imbastiture lasciate a vista, segni di gessetto, cuciture incerte, lembi ridotti quasi a brandelli: sembra opera di sarti alle prime armi, in realtà è da tempo il leitmotiv di Lanvin e punto di partenza del défilé. Il direttore artistico passa in rassegna tutti i key-pieces dell’abbigliamento, donando a ciascuno  un twist particolarissimo, un fascino collegato alla volontà di creare capi e accessori di una bellezza fuori dai canoni tradizionali, eppure prorompente. Dapprima si esplorano le varie declinazione del completo, con camicie bianche su pantaloni slim, gonne spiegazzate o ad A, tailleur dal blazer ampio e piuttosto lungo; si vira poi su minidress e tubini arricchiti da ruches di dimensioni extra, spille decorative e fiocchetti o nastri in grosgrain. Elbaz interpreta a modo suo il cocktail dress o l’abito da gran soirée, aggiungendo ad entrambi un body color carne e drappeggiando i tessuti, fermati da spille-gioiello. Irrompono poi paillettes e lustrini: morbidi tuxedo, trench e vestiti scivolati ne sono ricoperti da cima a fondo. Dopo parentesi dedicate a pizzi e ricami, “esplodono” a sorpresa nuance e grafismi: sulle texture vengono disegnate décollettés, borsette e gli intramontabili flaconi di profumo Lanvin, mescolati con scritte che citano lo stesso marchio e sprazzi di animalier. E’ il trionfo della creatività, dell’allegra noncuranza per restrizioni o dress code, di infinite variazioni sui temi più disparati, con lo scopo di vestire in modo originale le donne e donar loro un pizzico di allure parigina. Très bien!

 

Il bilancio della PFW è assolutamente positivo. Ovviamente i designer si sono sforzati di aggiornare in chiave contemporanea il loro stile e dell’immagine delle Maison, ciascuno a modo suo. Eppure la tendenza generale è andata nella direzione di (ri)mettere al centro dell’attenzione la cliente finale, incoraggiandola a non seguire alla lettera le mise da passerella, bensì a rivedere e modificare a proprio piacimento gli outfits, che sono una base di partenza e non un punto d’arrivo. Il messaggio giunto da Parigi è chiaro: spetta a voi e voi soltanto scegliere cosa indossare, quando e come; le sfilate vi forniranno in tal senso diversi spunti, che andranno però riletti alla luce del gusto e della personalità individuali. Se da un lato la moda ha scelto di ampliare al massimo il ventaglio delle proposte, dall’altro non vuole né potrebbe più indottrinare le appassionate, perciò lascia loro totale autonomia e potere decisionale. E questo, specialmente se proviene dalla capitale d’Oltralpe nonché fulcro internazionale della moda, è un messaggio davvero rivoluzionario, di cui far tesoro per gli anni a venire. 

Marco Marini

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