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Amara: Una donna ed un turbante

Ore 19, diluvia. Corro a casa (rischiando la morte più volte), devo intervistare una giovane cantante poco conosciuta dal grande pubblico (nonostante le 40.000 visualizzazioni su Youtube). Prendo coraggio, mai intervistato qualcuno al telefono. Vabbè sticazzi, attivo la registrazione e chiamo: «Pronto sono Davide Falcone di Licht Magazine, avrei programmato un’intervista con Erika», «Te la passo subito, è proprio qui!» risponde un ragazzo dalla voce simpatica.

La voce di Erika Mineo, in arte Amara, è cordiale e lascia trasparire un filo di stanchezza nel banale rito dell’iniziale saluto. Combatto l’imbarazzo con una certa goliardia, le chiedo scusa per il ritardo e cominciamo subito quella che avrebbe dovuto essere un’intervista e che si è trasformata poi in una chiacchierata tra due tizi che se prendono il caffè al bar.

Io, che non avevo idea di cosa chiederle, comincio con la banalissima domanda «Perché Amara?», lei risponde prontamente (della serie che nessuno gliel’ha chiesto) «Amaro per me non è nulla di negativo, è come prendere il caffè senza zucchero, se amaro non lo prendi, non conoscerai mai il suo vero gusto, quello puro». Amara come pura, genuina, svestita di tutte quelle sovrastrutture pesanti e imposte, amara come un caffè che nasconde dentro di se un’incredibile dolcezza. si rispecchia in quel piccolo capolavoro che ha portato ieri sera sul palco dell’Ariston, che dopo vari tentativi andati a vuoto finalmente le ha aperto le porte. Amara mi racconta che: «ho provato ben quattro volte a salire su quel palcoscenico» - attraverso il contest Area Sanremo, che permette la selezione delle nuove proposte del Festival - «eppure arrivavo sempre ad un passo, sempre così vicina eppure senza mai arrivare». Erika, come capiterebbe a tutti noi, era sul punto di perdere le speranze, ma poi succede qualcosa. Sente di vestire un abito che non è il suo, canta pezzi che non le appartengono, mentre le parole, le sue, sono come un torrente in piena e devono venir fuori. Così dopo anni di amarezze, che lei oggi ringrazia, nasce Amara. Improvvisamente (anzi no, gradualmente) cambia tutto, Erika, quella cantante che interpretava canzoni altrui, lascia spazio ad una cantautrice più matura, più diretta, svestita di quell’immagine che le stava stretta, tanto che pure Sanremo se ne rendono finalmente conto e arriva la tanto desiderata opportunità di cantare su quel palcoscenico che ha da sempre qualcosa di magico (il profumo dei fiori, forse). Amara canta Credo, un brano che non interpreta sul palco, ma che la rappresenta, nella sua essenza più vera e spontanea.

Amara come la vedi è, con tanto di turbante (inseparabile) in testa (ma quanto è chic!). Ma perché sto turbante?! Come spiega lei, nasce tutto per caso: «Dovevo partecipare all’inaugurazione di un locale fighissimo e avevo solo mezz’ora per prepararmi. Mi vesto carina: scarpetta col tacco, giacchetta, tutto preciso, poi però il problema dei capelli (che so belli e tanti, dio li benedica). A quel punto invece di combattere con phon e piastra, pesco una sciarpa dall’armadio e me la lego in testa! Ha funzionato talmente bene che ormai non ne faccio a meno». Lampo di genio, l’ho amata! Ma andiamo oltre uno dei capi che contraddistingue il suo stile, che lei stessa definisce unico, «Sono un’amante dei mercatini americani, di quei pezzi unici, magari anni venti, che si trovano solo sulle bancarelle» una vera buongustaia della moda, e infatti mi confessa che uno dei suoi sogni del cassetto era proprio quello di diventare una stilista. Stilista di se stessa, una di quelle che non riesce a indossare qualcosa che non senta proprio, il disagio è insopportabile (e come te capisco). Come dice lei «non riuscirei a valorizzare la bellezza di qualsiasi abito se non mi ci sento bene, lo rovinerei”, oggi come oggi na perla rara in un mondo de rincoglioniti omologati (me in primis ovviamente), che se vestono come caciotte sarde. Amara, al contrario di molti suoi colleghi, non è tipa da joint venture con stilisti e passerelle, ma se Sanremo è Sanremo, non potevo che chiedere «Dimme npo’, che indosserai per l’esordio?» Ci hanno hanno pensato lo stilista Antonio Martino e le sapienti mani di Emilia Scaccia, che hanno realizzato per lei un outfit che la faccia stare a suo agio. “Una Giacca, che è un capo che uso molto, camicia e pantalone» poi mi confida «ho anche un’alternativa, un abito vero, un abito da donna», allora azzardo: «Perché non ti senti donna?» chiedo io ormai sciolto da mezz’ora di conversazione, e lei mi dice «Io sono una donna, non mi sento una femmina», ah però, penso io e insisto, la conversazione prende na bella piega «Qual è la differenza?», senza pensarci molto risponde senza filtri «Non sento la necessità di dimostrare la mia femminilità, non ho quel portamento classico di una femmina, anzi sono piuttosto goffa, ma ho comunque un’eleganza mia» Una donna poco femminile in senso stretto, ma che di certo non si spaventa e non si arrende, che non ha bisogno di orpelli e diavolerie per sentirsi tale, ma che preferisce la comodità e la spontaneità nella quale (ormai se sarà capito) lei nuota come fosse il suo mare. Mi confessa che prima non usciva di casa senza tacchi, poi quando ha capito la comodità della scarpa bassa ha scoperto il gusto di indossare il tacco per piacere, quando ie va. Insomma chiacchieriamo e chiacchieriamo, ma io devo prepara la cena, e lei pure c’avrà le sue cose da fa! Allora dico «Ora dovremmo chiudere,ma come?!» (e se non lo sai te), allora la butto la e propongo «Senti, visto che abbiamo parlato di femmine, donne e cazzi vari, dammi un consiglio per una donna ed uno per un uomo”. Lei, silenzio. Ecco, me sembrava strano non aver detto cazzate per mezz’ora, ma lei risponde: “Beh credo che una donna non abbia bisogno di consigli. Una donna vive di essenza e non di apparenza, sa chi è e cosa vuole, non si può dare un consiglio ad una donna” (della serie, dai un consiglio a na donna e lei farà comunque come je pare) io rimango stupito dalla risposta (forse pure lei), «all’uomo? beh consiglio di sentirsi sempre uomo, soprattutto accanto ad una donna. Non dovrebbe sentirsi schiacciato dalla sua presenza, anzi dovrebbe sentirsi supportato, senza paura, cosa che capita sempre più spesso». Ammazza che chiusura che abbiamo trovato, poi però, da buoni filosofi popolari, solleviamo involontariamente una questione al limite del freudiano paragonabile al paradosso uovo/gallina. Se dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, sarà lui diventato grande perché dietro c’era una grande donna? Vi lasciamo così, con quella che ormai è già la QUESTIONE AMARA. «In bocca al lupo Erika!», le auguro entusiasta «e che dio lo benedica», risponde lei.

Davide Falcone

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