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Moncler contro l'AIDS

Attraverso una mostra, un libro e un’asta il marchio sostiene l’associazione internazionale amfAR per trovare una cura all’AIDS entro il 2020.

E’ solito ed ordinario che tutte le grandi firme sfruttino la Fashion Week per promuovere e vendere i loro (nuovi) prodotti tramite défilés e presentazioni. Quest’anno invece, messo in secondo piano il business dell’azienda, Moncler ha voluto utilizzare il potere comunicativo della moda per una buona causa, sensibilizzando e aiutando il prossimo.

Ha dato così luogo ad una mostra, ad un libro e un'asta per sconfiggere l'HIV, la cui epidemia è in continua espansione. Il progetto si chiama Artforlove e sostiene amfAR, associazione internazionale no-profit nata nel 1985 per la ricerca contro l’AIDS, per la campagna "CountdowntoaCure", che punta a trovarne una cura entro il 2020.

Kevin Frost, il CEO della Fondazione, è sempre più convinto di quanto queste collaborazioni servano a sollecitare la sensibilità, «perché questo spietato assassino che ha già mietuto 40 milioni di vittime in circa 30 anni, ancora oggi continua ad aggredire al ritmo giornaliero di cinquemila infezioni e quattromila decessi correlati alla sindrome dell’Aids. Non ci fermeremo fino a quando non troveremo una cura per l’Hiv che consegni questa epidemia ai libri di storia».

All’esposizione temporanea, allestita l’11 settembre alla Public Library di New York, allo Stephen Schwarzman Building, hanno fatto seguito la vendita degli scatti esposti con un’asta silente in sala e una online in contemporanea su Paddle8, e la pubblicazione di un libro edito da Rizzoli International, i cui proventi sono interamente devoluti all’associazione.

Il direttore creativo della mostra, Fabien Baron, ha affidato a trentadue fotografi di fama mondiale, tra cui David Bailey, Patrick Demarchelier, Arthur Elgort, Inez&Vinoodh, BrigitteLacombe, Annie Leibovitz, Peter Lindbergh, Steven Meisel, Terry Richardson, Paolo Roversi, David Sims, Bruce Weber (che non hanno chiesto né ricevuto alcun rimborso) il compito di interpretare il piumino "Maya" nei loro scatti.

I fotografi (o meglio artisti) scelti dal brand appartengono a generazioni diverse e usano linguaggi differenti: «il risultato è una mostra e un libro in cui questi maghi della fotografia contemporanea raccontano l'amore come fondamento della vita degli esseri umani».

Ora però viene spontaneo domandarci perché Fabien Baron ha scelto insistentemente proprio questo capo, il piumino Maya. Probabilmente perché "Maya" è il simbolo per eccellenza di Moncler dagli Anni ’50 nonché emblema della filosofia della maison italo-francese; dunque una sensibile scelta dettata dalla passione, piuttosto che una comunicazione di marketing o business.

Inoltre Remo Ruffini, presidente di Moncler, non parla di prezzo del progetto; «che senso ha parlare di costi? Tutti quelli che hanno lavorato al progetto l’hanno fatto gratuitamente e il ricavato, sia dell’asta sia della vendita del libro, andrà ad amfAR. Non è già questo un bel risultato?».

Il filo logico che lega gli scatti è l’amore, quello puro, sincero, che dà senza pretendere, che sia lo sguardo di una donna cubana (Mikael Jansson) o un cavallo selvaggio che corre all’orizzonte (Bruce Weber).

Un binomio quindi perfetto tra arte e amore, tra creatività e sentimenti, che ha dato luogo “a un mosaico di immagini, un multiforme itinerario di grande coinvolgimento emotivo innanzitutto nelle relazioni umane, ma anche nei confronti della vita, della natura e dell’arte, che si snoda tra avventura e bellezza del legame sentimentale, tra suggestioni e humour, spingendosi talvolta a una dimensione surreale o decisamente pop», dice Ruffini.

Ludovica Leonardi

 

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