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Intervista a Marco Rambaldi

Dalla vittoria di Next Generation al progetto Muuse il designer venticinquenne che sta conquistando la moda.

Dopo gli studi di grafica e design del prodotto sei approdato alla moda, diplomandoti allo IUAV di Venezia. Per un designer, oggi, quanto è importante avere conoscenze a 360° e non solo in campo prettamente fashion?

E’ fondamentale. La moda si nutre di tutto, attinge sicuramente moltissimo dal mondo dell’arte, del cinema, dell’architettura, ma anche dall’attualità e dalla spazzatura. La moda trasforma, da spesso nuova vita a ciò che già esiste. Per questo motivo un designer oggi necessita di un’apertura mentale a 360 gradi.

La tua carriera è decollata grazie al concorso Next Generation, che hai vinto nel 2013. Pensi che in Italia vengano date abbastanza possibilità ai giovani talenti? Cosa consiglieresti ad un aspirante designer per emergere?

Da quello che ho visto finora il fashion system ti permette di avere visibilità molto in fretta, questo da una parte è un fattore molto positivo per giovani designer, dall’altra c’è bisogno di creare delle basi per garantire una continuità, non solo a livello di visibilità ma anche di produzione e distribuzione. Sono molto importanti quindi gli step successivi alla vittoria di un concorso o di un premio, il giovane va seguito e supportato almeno per un periodo significativo di tempo. Cosa consiglierei ad un giovane aspirante designer (come me)? Di amare e credere in ciò che fa. Perché più che una scelta la moda è una passione e solo partendo da queste basi si può affrontare un lavoro così.

A proposito di supporto ai creativi neo laureati, hai preso parte al Muuse Project, una collezione ideata dal marchio danese Muuse che unisce 11 giovani designer in un’unica collezione. Come sei riuscito a far incontrare il tuo mondo con quello, magari diversissimo, di altri 10 stilisti?

Undici designer diversi per un’unica collezione. Non mi era mai capitato, inizialmente ero un attimo perplesso, poi ho capito il fascino del progetto passo dopo passo. Certamente è molto impegnativo, come ogni collaborazione si deve arrivare ad un punto d’unione, ma il team di MUUSE, seguito da Leslie Johnsen, ha ampiamente raggiunto l’obiettivo, mantenendo i punti di forza di ogni designer e creando una collezione coerente, nuova e allo stesso tempo vendibile. Muuse Project è un’iniziativa davvero stimolante, attuale e soprattutto concreta: non offre al designer solo visibilità ma garantisce una campagna vendita internazionale succeduta da una produzione e una distribuzione.

Quali sono i segni di stile del tuo brand? Chi è la donna Marco Rambaldi?

La mia moda segue un percorso legato alle esperienze, ai momenti, alla cultura. Sono curioso, attratto da nuovi input, che si riflettono poi sul mio lavoro. Senza una storia, un ragionamento, un messaggio da comunicare, gli abiti restano solo abiti e la moda non esisterebbe. Il design è pragmatico, gli abiti si sviluppano in forme apparentemente semplici, sono poi l’utilizzo dei materiali, dei colori e delle stampe e gli accostamenti contrastanti a caricarli di un valore aggiunto. La donna Marco Rambaldi è consapevole del proprio vestire, sofisticata, curiosa e mai scontata. 

Parliamo della tua ultima collezione primavera-estate 2015. Qual è l’estetica che l’ha ispirata e quali sono le sue caratteristiche peculiari? 

“Oui” nasce quando si spalanca la porta della propria cameretta sul mondo. È il primo passo nell’altro, quando non si è ancora del tutto se stessi. Adolescenza. Indolenza. Un limbo sospeso fra ricordi e aspirazioni. “Oui” interpreta queste atmosfere associando capi di maglieria e ricami a mano a tessuti tecnici, che a volte sono doppiati, a volte spalmati, a volte raffreddati da cotoni classici colorati. I ricami diventano improvvisamente termosaldature. Mostrandosi, ci si copre. Così le trasparenze di alcuni tessuti rivelano una confusione chiarissima, quello stato d’animo leggerissimo e sospeso che attraversa tutta la collezione. Le ispirazioni provengono dall’ambiguo immaginario delle scene del film “The dreamers” di Bernardo Bertolucci mentre le grafiche (ricamate, termosaldate o lavorate a jacquard) sono un omaggio al lavoro dell’artista francese Dug Dugudus: una nota a piè di pagina, uno sguardo verso la libertà di essere e le sue possibilità. La collezione altro non è che un viaggio, una crescita che si propaga dall’interno per poi esplodere, con delicato vigore, verso l’esterno. Le vere rivoluzioni si preparano nell’intimità domestica, in quel guscio-bandiera che chiamiamo abito.

Il tuo è un percorso di continua crescita, stai ottenendo un discreto successo e molti riconoscimenti, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Mi sono laureato a dicembre 2013 e dopo mi sono trasferito a Milano, per acquisire l’esperienza professionale che mi manca. In futuro sogno di costruire intorno a me un nucleo di persone con cui lavorare e condividere una visione della moda come trait d’union tra vari ambiti artistici.

Martina Trozzi

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