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Direttori creativi 2.0: i cambiamenti ai vertici delle grandi maison storiche

Certi rumors, che si tratti di moda o meno, sono semplici voci di corridoio messe in giro per passare il tempo sotto l’ombrellone. Ma altre notizie sono da leggere con un pizzico di attenzione in più, perché dietro alla semplice sete di gossip nascondono logiche di mercato e scelte stilistiche ben più importanti di un pettegolezzo estivo.

Nel 2015 i giri di poltrona sono stati numerosi. Partiamo dal caso più emblematico: l’abbandono di Gucci da parte di Frida Giannini all’inizio dell’anno, sostituita da Alessandro Michele, che ha esordito con la collezione Donna Autunno/Inverno 2015-2016. A New York, invece, il debutto più atteso è stato quello di Peter Copping, che avrebbe dovuto lavorare insieme ad Oscar de la Renta alla sua prima collezione per il marchio omonimo, ma si è ritrovato da solo dopo l’improvvisa morte del creatore. A luglio, poi, durante la settimana dell’haute couture parigina, è avvenuto l’esordio di Bertrand Guyon come direttore creativo di Schiaparelli.

A settembre andrà per la prima volta in passerella la collezione Iceberg donna del nuovo direttore creativo Arthur Arbesser, oltre a quella di Peter Dundas, che torna alla guida di Roberto Cavalli. Dopo l'addio di Dundas inizia una nuova era anche per Emilio Pucci, che ha deciso di affidarsi a Massimo Giorgetti, founder del fortunatissimo marchio MSGM. Ma la notizia bomba è l’ennesimo cambiamento a casa Balenciaga: il contratto del direttore creativo Alexander Wang non sarà rinnovato e già iniziano le indiscrezioni su chi prenderà il suo posto. Un altro abbandono è quello di Stefano Pilati, che non sarà più il direttore creativo di Agnona. La collezione primavera/estate 2016, che sarà presentata a settembre, sarà infatti ultimata dal team interno, futuro incerto dunque anche per il brand italiano.

Che i cambiamenti ai vertici del mondo del business (e dunque anche della moda, che altro non è che un’industria multimiliardaria) siano all’ordine del giorno si sa, ma perché sempre più spesso le aziende moda si rivolgono a giovani designer per rilanciare le maison storiche più famose? Visto il continuo susseguirsi di nuove collezioni, tra il tentativo di essere “nuovi” e quello di non distruggere la tradizione, la moda oggi rischia di diventare un insieme di bulimici luoghi comuni. Il dna di un marchio non deve essere visto come qualcosa di sacro, ma come un principio solido che ha però bisogno di un nuovo significato.

C’è bisogno di affermare un punto di vista forte, autorevole, controverso: il total look è un concetto antico e obsoleto, oggi ciò che funziona sono pezzi unici e pieni di carattere. Ormai i clienti che entrano nelle boutique di moda sanno benissimo quello che stanno cercando grazie al mondo di internet ed è per questo che è importante che i direttori creativi in primis interagiscano, conoscano e approfondiscano tramite gli strumenti digitali che hanno a disposizione. Che piaccia o meno è poco importante, ormai la tecnologia fa parte della vita di tutti e chi non vuole arrendersi a questa idea viene semplicemente tagliato fuori dal mercato. Bisogna modificare ciò che già esiste per renderlo attuale, raccontare la realtà delle persone vere che popolano le strade per poi filtrarla attraverso lo sguardo dei creativi educandole al bello.

Troppo spesso si parla di futuro, perdendo di vista che ciò che importa, invece, è il presente. 

Martina Trozzi

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