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Antimoda. Riflessioni al Bar Luce

Una riflessione nata ai tavolini del Bar Luce, alla Fondazione Prada di Milano. Ecco cosa succede quando porti uno psicologo nel mondo della moda. “Secondo te perché la moda è esclusiva?”. “È esclusiva perché esclude! Tutto quello che resta fuori è antimoda… anche se poi sarà di moda pure quella!”

Diario di un Lichter: ecco cosa succede quando porti uno psicologo nel mondo della moda. Un momento di riflessione che nasce dalla domanda “Secondo te perché la moda è esclusiva?”

Galeotta fu una conversazione al Bar Luce nella Fondazione Prada a Milano. Nata dall’osservazione di come, tutti i milanesi, siano pervasi dalla moda, nessuno escluso!

“A Milano anche le persone brutte sono vestite bene!”

Quante volte vi sarà capitato di sentire il termine “esclusivo”. Nella moda come in altri campi, l’esclusività può avere una duplice accezione: qualcosa di superlativo per indicare un oggetto che nessuno ha o che comunque pochi possono permettersi. Oppure qualcosa che è tagliato fuori.

Parlare di moda nel nostro secolo può essere assolutamente pretenzioso. In fondo, vi è per caso capitato di sentire “It’s New Look”? Avete sentito parlare del lancio di una nuova linea? Non so, tipo quella a “Farfalla” in pieno stile Sarli?

No! Questo è il secolo delle tendenze!

È il momento del risvoltino al pantalone, del patchwork e del ritorno, o almeno del richiamo, al Dadaismo, vedi per esempio le cover per lo smartphone di Moschino!

Generalmente, nella moda tutto quello che non viene prodotto può considerarsi “scartato”, tutto ciò che non viene indossato, o che comunque non ne rispecchia i canoni, è considerato antimoda (da non confondere col fuori-moda, che riguarda la relazione con il tempo), ma è proprio quello che resta fuori che fa la tendenza.

Tutto quello che è ripreso dalla strada, dalle cosiddette “contro culture”, praticamente da tutti quelli che si sentono estranei e non coinvolti nel sistema moda, a loro insaputa creano stili che poi probabilmente i Cool Hunter riporteranno nei vari “ufficio stile”, dove verrà messa insieme una splendida new collection, che non è nulla di diverso da una nuova tendenza.

Sono molti gli esempi nella storia della moda.

Significative sono state le spille da balia usate dai Punk tra gli anni ‘60 e ’70 per differenziarsi dallo stile borghese dominante. Una volta captate da una ruggente Vivienne Westwood, sono state sapientemente reinterpretate e portate nella haute couture, fino a essere consacrate come un oggetto “di gusto” socialmente apprezzabile.

Idem per il nero di Riccardo Tisci, che per Givenchy crea look dal mood Dark, oppure tutto quello che qualcuno ha definito “circo”, in merito all’ultima sfilata di Rick Owens, osannato fino al giorno prima, poi divenuto un incapace visionario, antisociale e soprattutto… antimoda.

A volte dovremmo imparare a guardare oltre, c’è un mondo di significati dietro ogni produzione.

Leggendo questa citazione di Miuccia Prada: “Volevo creare abiti brutti”, penseresti “povera pazza!”. E se, invece, tra le righe leggessi, “sono sicura che anche nel brutto si può trovare del bello”? Ecco un’altra paladina dell’antimoda!

Insomma la moda è tutto quello che è socialmente accettabile, mentre l’antimoda è tutto ciò che rimane al di fuori, escluso dal sistema, perché fondamentalmente incomprensibile. Ma la moda, come la bellezza e lo stile, è un carattere culturale e soprattutto epocale. Nel tempo, vediamo imporsi canoni estetici differenti. Non è forse anche questo frutto dell’integrazione? Ogni fisicità è diversa, perché ogni popolo ha le sue caratteristiche. Da qualche parte è più in voga il curvy, da qualche altra parte è più cool il minimalismo corporale, e non intendo assolutamente l’anoressia!

Si tratta, quindi, di un mix di influenze, sì culturali, ma in fondo anche di budget.

Vi siete mai chiesti perché ogni tanto si sente dire “è il ritorno del Seventy”? Bastano solo due paillettes, un po’ di lustrini e un po’ di lamé nelle diverse collezioni dei diversi stilisti? E una volta che le foto delle sfilate arrivano sulle scrivanie dei magazine, vengono messe a confronto, si individua lo styling, si sommano i pezzi ed ecco che gli anni ‘70 son tornati?

Una questione che quindi non si risolve nell’insindacabile giudizio degli Editor in Chief.

L’antimoda risiede anche nelle proposte bocciate dalle maison. Tutto quello che rimane in archivio perché adesso è out, domani sarà rispolverato e riadattato, ma soprattutto quello che un tempo ha fatto il fatturato va assolutamente riproposto! C’è una sorta di trillo che fa risvegliare i sentimenti delle persone, che le invoglia a ri-comprare una giacca con le spalline… ovviamente post-lifting!

L’antimoda altro non è che la moda del futuro, inevitabilmente legata al passato!

Non scordiamoci poi, che il più alto fatturato aziendale delle case di moda è dato dall’accessorio, ed esattamente da quello col marchio ben in vista, caratterizzato da poco contenuto moda e un altissimo valore marketing. Questa sicuramente è antimoda. Dà l’illusione di aver acquistato un pezzo di lusso, per la maggior parte delle volte “Made in China”, che non ha alcun valore moda, se non quello simbolico dell’oggetto.

L’antimoda sembra essere quel perfetto circolo vizioso che prima ti etichetta come qualcosa di cui diffidare, poi ti persuade obbligandoti a seguirlo… se non lo fai sei l’antimoda!

Alessandro Iacolucci

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